Primo Maggio, i lavoratori delle generazioni post-boomer chiusi da chi occupa spazi e chi ancora aspetta per occuparli • Terzo Binario News

Primo Maggio, i lavoratori delle generazioni post-boomer chiusi da chi occupa spazi e chi ancora aspetta per occuparli

Mag 1, 2022 | Ladispoli, Nazionali

Puntualmente seguono notizie terribili circa l’ultimo incidente sul lavoro in cui, manco a farlo apposta, ci ha rimesso la pelle qualche giovane under 40 che il lavoro se l’era sudato magari dopo anni di precariato, salvo morirci molto spesso per due soldi.

E di retorica si muore ogni volta che le statistiche e i numeri accompagnano con la loro fredda narrazione di bilancio le vite e le speranze di migliaia di lavoratori che il più delle volte non hanno neanche il tempo di leggerle, quelle statistiche: pane azzimo per boomer da salotto che scuotono la testa tra un calice di rosso e un disco di Simon & Garfunkel.

Già perché proprio quella è stata l’ultima generazione felice del Novecento, anzi, del millennio. E a suffragare questa affermazione sopravviene un articolo di Julia Elle su Alley Oop, del Sole 24 Ore, che descrive in maniera cristallina la situazione dei nati tra il 1946 e il 1964 definendoli “[…] ancora tutti lì, immobili, in un surreale stato di congelamento generazionale che sembra non voler finire mai. Basta accendere la televisione o leggere i nomi della politica per accorgersi che quella è una generazione che non è disposta a lasciare spazio a chi oggi ha 30, 40 e 50 anni e sta ancora aspettando il proprio turno.”

Quella stessa generazione da cui abbiamo ereditato un mondo all’apparenza perfetto, pronto e con le strade già tracciate, salvo poi scoprire, con nostro grande rammarico, che quelle strade non portavano da nessuna parte e anzi, tornavano fin troppo rapide al punto di partenza. Perché i figli del boom economico, la generazione dei miei genitori (chi scrive è nato nel 1979), un futuro non l’hanno neanche provato mai a immaginare; l’hanno trangugiato, ebbri e sazi, rapiti estaticamente dalla grande orgia dionisiaca degli anni Ottanta che ha dimostrato loro di essere i veri protagonisti del loro tempo. E così, mentre la generazione X, quella dei millennial, e tutte le altre per le quali le lettere dell’alfabeto sono terminate, continuano a cercare il loro posto nel mondo, i nostri cari boomer sono ancora lì, “incapaci”, appunto, come scrive Julia Elle, “di passare il testimone”.

Oggi, primo di maggio, raccontiamo allora di come noi lavoratori delle generazioni post-boomer ci siamo dati da fare per colmare quel vuoto improvviso tentando di dare un senso al nostro posto nel mondo, accettando allo stesso tempo di diventare schiavi e padroni di noi stessi. Abbiamo creato Internet, ci abbiamo messo dentro le nostre vite, le abbiamo digitalizzate, creato lavori che non producono nulla di tangibile; prodotti effimeri che durano il tempo di un clic, ma che alla fine dei conti riescono a darci da mangiare, almeno fino al fine settimana. E poi ci siamo dati dei nomi per le nostre nuove mansioni; in inglese, così è più figo e nasconde meglio la fuffa che c’è dietro. Insomma, se abbiamo una colpa è sicuramente quella di non aver neanche provato a colmare quella voragine sociale che abbiamo ereditato, figuriamoci a comprenderla. L’abbiamo semplicemente coperta, mettendoci sopra una bella toppa, ovviamente digitale.

E poi abbiamo accettato i compromessi, voltando le spalle ad anni di lotte sindacali, di battaglie per il futuro e la dignità dei lavoratori; l’odore dei fumogeni e le urla nelle piazze hanno lasciato il posto a anonimi tweet o, peggio ancora, a meme ironici sulle nostre condizioni di miseria lavorativa. Qualcuno si è perfino chiesto se non avessimo colpa nell’affermare di avere dei diritti, perché, come ci siamo sempre sentiti ripetere, avevamo tutto. La realtà è che non avevamo niente, tranne che vaghe idee di come il nostro futuro avrebbe dovuto essere, colmi di speranza indotta dagli esempi della generazione precedente, ma poi davanti al mutuo trentennale abbiamo tentennato, tremando così come fa questo mio periodo. Meglio allora pensare all’oggi, con quel Carpe Diem che non è altro che zucchero sintattico per addolcire l’amara verità che siamo diventati precari del futuro. Così alla fine non ci abbiamo creduto più e siamo andati avanti arrancando, mentre l’orizzonte dei nostri eventi si accorciava sempre di più. “Magari riuscire ad arrivare alla fine del mese”, dicono alcuni. E ciò basta per dare l’idea e avere contezza della situazione. 

Ma il fardello delle lotte di classe e delle battaglie per i diritti dei lavoratori non era ancora sufficiente per farci andare leggeri verso il futuro, e allora ci siamo sbarazzati perfino di quegli ingombranti paroloni che presuppongono un ruolo attivo e determinante nella società dei consumi, come il salario minimo, ad esempio, dimenticandoci del tutto cosa vogliano dire. E pensare che proprio pochi mesi fa il ministro Orlando ha timidamente rilanciato il tema da Bianca Berlinguer a Carta Bianca, auspicando di non dover trovarsi nella situazione di “dover scavalcare Confindustria e i sindacati”, e parando infine in calcio d’angolo asserendo che arrivare ad una legge gli sembra tuttavia complicato. In fondo, viviamo in una post-modernità dove è il concetto stesso di diritto che fa paura; è la sua applicazione concettuale che scatena negli animi degli ortodossi del fair-play politico e sociale moti di allarme. Niente è più transitorio verso quando l’obiettivo non è chiaro; tutto è discutibile e procrastinabile fintanto che le parti sociali non hanno degna rappresentanza. E nel mezzo ci lucrano, come quelle venti imprese che hanno siglato con una fantomatica organizzazione sindacale un contratto che era al di sotto del contratto di quel comparto, o gli operai edili che vengono trovati con contratti non idonei alle loro mansioni, colleghi forse un poco più fortunati di quelli che invece sono stati licenziati tramite un SMS. Un Vietnam lavorativo dove i primi a soccombere sono proprio i diritti, per noi, ormai, questi sconosciuti.

Così all’alba di questo giorno ci ritroviamo a sentire il dovere di fare un punto della situazione sul mondo del lavoro, anche se sarebbe più opportuno fare invece una riflessione sullo stato del “lavoratore” come tale, sul suo significato al giorno d’oggi. Perché se non ve ne siete accorti, nel giro di pochi anni tutto ciò che ho appena narrato è già diventato storia, lasciando il passo a un nuovo tipo di figura: senza più consapevolezza del proprio ruolo, del suo valore all’interno della collettività; dei suoi diritti e doveri e dell’importanza di ciò che eredita. Un lavoratore nuovo sempre più simile a una macchina e meno a un essere dotato di senso critico. In Italia, tuttavia, ho sempre avuto la sensazione che il problema non fosse più di tanto rappresentato dalle grandi imprese ma dalle piccole, dove prosperano altrettanti boss di startup, imprenditori freschi di laurea che aprono società a responsabilità (molto) limitata e si fanno “incubare” da qualche investitore d’azzardo salvo poi scomparire dopo pochi anni, mentre nel frattempo hanno controfirmato contratti a tempo indeterminato a tutele crescenti a decine di donne e uomini, che di tutele, invece, al momento del dunque, non ne hanno visto nemmeno l’ombra. Ma va bene così, perché il più delle volte, questo, i dipendenti, neanche lo sanno.

Del resto, è altresì inutile ignorare quanto ci accade intorno. Ce lo stanno dicendo da anni, ormai, ed è finito persino nel linguaggio di Stato. Tutto è surrogato in un’unica terribile parola: resilienza. Quel termine nato nella tecnica che indica la capacità di un materiale di tornare al suo stato originario dopo aver subito un trauma. Peccato che l’applicazione di questo concetto all’essere umano, al lavoratore, è quanto di più atroce e distruttivo una società possa fare, perché quando termini della lingua italiana che nascono per la tecnica vengono applicati alle persone, diventano pericolosi, perché mancano completamente di quell’elemento imprevedibile, suscettibile e drammaticamente umano che è l’uomo. Pertanto, è ora di smetterla di pensare ai dipendenti come macchine da spremere; sistemi da ottimizzare. Bisogna essere imprevedibili e banalmente umani. Le performance servono per misurare le macchine, non le persone. La resilienza è la peggior forma di precarietà, perché è una precarietà della mente.

Nel frattempo, la tecnologia avanza e se da un lato il nuovo lavoratore ha sempre meno consapevolezza del proprio ruolo, dall’altro i mostri nati dal capitalismo più sfrenato, spesso ormeggiati in porti franchi fiscali, definiscono le nuove regole del mondo che verrà: come Amazon, che a una dipendente di Torino, classe ‘96, ha contestato di avere sospeso per venti minuti il lavoro all’1:15 di notte, abbandonando la postazione per andare in bagno. L’azienda lo ha potuto fare perché applica un algoritmo che punisce i dipendenti se i loro tempi non sono conformi alle regole. E gli stessi algoritmi governano anche le performance dei rider, la nuova “working class” che ci ricorda che qualcuno, in fondo, sta sempre peggio, almeno finché non tocca a noi saltare su una sella e portare la pizza a qualcuno il prima possibile.

Insomma, per anni siamo stati convinti che per avere successo nella vita saremmo dovuti uscire dalla nostra comfort zone, che rimanendoci dentro saremmo rimasti eterni “choosy” o bamboccioni. Ma la verità è che l’unica cosa che ci può salvare è proprio quella e che crescere, maturare e impegnarsi altro non è che la nostra zona di sicurezza che si allarga. Perché altrimenti, un individuo fuori dalla sua comfort zone è più manipolabile, ha meno tutele e può più rapidamente diventare uno schiavo.

Alla fine, in questo primo di maggio duemilaventidue ci portiamo ancora fresco il ricordo di Fabio Palotti, che per sfuggire alla morte si è rannicchiato in un vano di venti centimetri mentre l’ascensore calava su di lui inesorabile, strappandolo via da una moglie e da una bambina di 12 anni e un bimbo di 2. Il suo corpo è rimasto lì per 14 ore, nel vano ascensore del Ministero degli Esteri. Nessuno l’ha cercato; nessuno se n’è accorto prima del giorno dopo. Allora, forse, è giusto pensare a questo primo maggio come a un Capodanno del lavoro, a un giorno in cui non elenchiamo solo nomi e numeri ma ci confrontiamo e parliamo apertamente. Un giorno in cui in piazza scendono sia i dipendenti che i loro datori di lavoro, anch’essi, a loro volta, schiavi sotto altre forme e modi.

Gramsci scriveva che “La classe operaia può fare affidamento solo su sé stessa“. Che l’unirsi e organizzarsi rimane il solo modo per far valere i propri diritti. Oggi la classe operaia è seduta davanti a un computer, sempre meno classe e sempre più operaia. 

Ma il solo modo per evitare di ritrovarci tutti nella “distopia della distopia” è riprendere coscienza della nostra identità di classe. E come hanno brillantemente raccontato Maura Gancitano e Andrea Colamedici di Tlon in un loro recente post, “Solo ricostituendosi come classe lavoratrice, solo svegliandoci dall’incubo che ci vuole “imprenditori di noi stessi” e quindi doppiamente schiavi potremo liberarci dei padroni e mettere il lavoro al suo posto e non al vertice delle nostre vite”.

Prima che una guerra ci venga a togliere anche quel minimo di dignità che siamo riusciti a mettere da parte.

Luca Grandicelli