“…. La morte verrà all’improvviso
La morte va a colpo sicuro
non suona il corno, né il tamburo ….“
Così ci dice Fabrizio De Andrè un grande poeta e vate del nostro tempo, a proposito della morte.
Siamo in tanti ad esser rimasti di stucco di fronte alla notizia della prematura scomparsa di Alessandro V. Un giovane di appena venticinque anni di Ladispoli, che ho conosciuto poco più che bambino quando si è iscritto al liceo, presso il quale lavoro.
Su questo blog ho deciso che voglio parlare di poesia ma la poesia non vive su di un altro pianeta, è qui in mezzo a noi, perché i poeti sono il suo strumento e hanno carne e sangue.
Pertanto ho fatto una piccola ricerca per trovare conforto e sostegno nei poeti passati e presenti e ho scelto alcuni versi, sui quali mi sono permessa di riflettere.
La morte è un inaccettabile evento sempre ma lo è di più quando viene colpito un ragazzo giovanissimo.
Non ci sono parole o versi che potranno asciugare ed illuminare il cuore di quella famiglia così tragicamente colpita.
Io meschina mi adopero invano, lo so, a cercare parole, perché solo di quelle so vivere o meglio segni neri su fondo bianco.
In questo momento di vuoto e sgomento ho chiesto aiuto ai grandi e De Andrè, il buon vecchio Faber, mi ha riposto con quei versi che fanno da incipit a questa riflessione dolorosa.
“La morte verrà all’improvviso…” è una dama dal volto inesistente che appare come una lama di luce improvvisa. E’ una dama che pochi desiderano incontrare, sempre cantata ma mai amata.
Quante storie su questo tema, quante lacrime, quanti soli si sono spenti, quanti versi si sono spesi, religioni e culti per dare un senso al vuoto di non essere più.
Tutto inutile, “ la morte va a colpo sicuro …. “ e non c’è fazzoletto per quelle lacrime, solo sgomento e dallo sgomento affiora, come dal lago emotivo, il mostro latente della nostra paura dettata dalla costatazione di far parte anche noi di quel progetto, che finisce tra quel legno lucido e quei canti.
“…. Per tutti la morte ha uno sguardo … “
“ Scenderemo nel gorgo muti “
Così cantava in una delle sue liriche migliori il grande Cesare Pavese
– Verrà la morte e avrà i tuoi occhi – Ho scelto questi due versi per parlare di questa angoscia che mi attanaglia. E’ inquietante Pavese quando ci ricorda che la morte ha per tutti uno sguardo, lo sappiamo ma lo vogliamo ignorare sempre, perché la vita ha i colori squillanti e alla morte lasciamo il bigio e le ombre e questo cielo di cemento, che spegne il verde squillante della primavera.
Scenderemo nel gorgo muti, perché la morte non ha parole ma solo silenzio, quello interrotto solamente dai singulti rochi di una povera madre lacerata. E proprio alla madre, dagli occhi annebbiati dal dolore, va il mio ricordo straziato.
Riuscirà il suo cervello a trovare la forza per guardare di nuovo la luce, l’azzurro spugnoso del cielo, il futuro?
Per rappresentare con il giusto pathos il dolore della madre, vista non già come singolo ma come sintesi del concetto di famiglia, abbiamo lasciato la parola al buon vecchio Goethe:
“ Con la spada nel cuore, e oppressa d’immense angosce,
tu alzi gli occhi verso il morto tuo Figlio.
E li alzi al Padre su in cielo, e gli mandi i tuoi gemiti,
perchè soccorra al suo e al tuo strazio “
Questi versi sono tratti dal Faust fanno parte di una preghiera recitata da una madre straziata per la perdita di suo figlio. A questo proposito val bene ricordare che Goethe aveva perso nel 1830 il suo unico figlio. Conosceva quindi lo strazio, il cui dolore non ha parole che lo contenga.
Alla vista della madre di Alessandro i versi di Volfango mi sono riecheggiati nella testa:
-Con la spada nel cuore, e oppressa d’immense angosce –
sorretta a braccia dalla figlia – mandi i tuoi gemiti – ed era l’unico rumore che si udiva in mezzo alla folla di ragazzi, tutti amici di Stolav, soprannome affibbiato ad Alessandro dagli amici fin dai tempi del liceo.
Che dolore vedere quei visi, che tante volte ho visto sghignazzanti nel cortile della scuola o nel giardino, tra baci ed ansie di interrogazioni, rigati dalle lacrime. Quel silenzio agghiacciante, quelle labbra serrate, solo la campana con i suoi rintocchi terribilmente lugubri e quella pioggerellina triste a violentare le orecchie, raccolte dentro ai pensieri.
Anni fa scrissi queste due righe sulla perdita di una persona cara, mi sono ritornate in mente e le dedico alla famiglia di Alessandro V. Stolav
LA PERDITA
Ci perderemo
nelle notti del silenzio
nel silenzio di uno squillo…
ci perderemo…
e saremo polvere
immagini sfuocate
tanti oggetti
che passano
sul nastro trasportatore
dell’esistenza.