I saggi e la fine della politica • Terzo Binario News

I saggi e la fine della politica

Apr 2, 2013 | Blog, Politica, Santo Fabiano

Il ricorso ai “saggi”, da parte del nostro Presidente della Repubblica è probabile che sia una bella trovata per favorire il coinvolgimento più ampio tra le forze che rappresentano il Paese, ma non possiamo non nascondere che la situazione evoca una scena che vede la Repubblica al capezzale, sotto lo sguardo attento di dotti, medici e sapienti.

In verità, leggendo i nomi, ci accorgiamo che l’attributo saggio è utilizzato, così come quello di “politico” e di “democratico”, con la leggerezza che connota, ormai, ogni argomentazione, anche quelle “più istituzionali”.
Apprendiamo quindi che la partita si gioca su due tavoli: uno di carattere giuridico istituzionale e l’altro di carattere economico. E allora, se la soluzione presenta queste prospettive è inevitabile che non ci porti molto lontano. Non per il solito spirito critico, presente in ogni italiano nei confronti di chi lo governa, ma proprio per censurare la pretesa che una “emergenza sociale” possa essere risolta da “soluzioni tecnico-giuridiche-economiche”.

Immagino di non azzardare troppo affermando che buona parte dei problemi derivano proprio dall’approccio “accademico” con cui si è preteso di gestire il sistema sociale, orientato al soddisfacimento di equazioni macroeconomiche o di controlli induttivi e lineari, piuttosto che all’attenzione alla realtà e alla gestione del quotidiano, sia dei singoli, sia degli enti territoriali.

Certo è che la soluzione dei “saggi” suggerisce almeno due riflessioni, entrambi preoccupanti. La prima riguarda la constatazione dell’esaurimento della fase democratica caratterizzata dalla rappresentanza espressa tramite le elezioni. A pensarci bene sarebbero già circa un migliaio i “saggi” eletti dal popolo (i parlamentari) che però non riescono a trovare un accordo che consenta di dare un governo al Paese. Ed è errato pensare che sia colpa del sistema elettorale (peraltro già generoso e munifico con una coalizione, come mai nella storia repubblicana), quanto invece del “sistema politico” che continua a non accorgersi della situazione di stallo e pretende di replicare antichi copioni in un contesto completamente nuovo.

La politica non sembra avere più tra i suoi interessi il Paese. Soprattutto non persegue gli interessi di quei cittadini che si trovano ai confini di un sistema sempre più ingordo ed emarginante. Ogni partito si sente rappresentante di una parte, quella più vicina alla propria nomenclatura, e persegue fini ristretti, quando non personali. E intende il confronto democratico come una negoziazione tra interessi contrapposti, con lo scopo di trarre il vantaggio migliore in termini di incarichi o di controllo sui sistemi di potere. Il tutto dietro sigle altisonanti che si richiamano alla democrazia o alla libertà per imbonire gli elettori.

E si affronta il negoziato nella convinzione che non vi sia altro modo di interpretare la democrazia. A tal punto che se non si trova l’accordo si profilano scenari catastrofici o si richiede, persino, il ricorso alle urne, magari pretendendo di truccare (sempre di più) il sistema elettorale, in modo da ottenere una maggioranza delle Camere senza la fatica di ottenere una maggioranza dell’elettorato.

Si arriva a questo piuttosto che esercitare il vero ruolo della politica: quello di interpretare i bisogni della collettività, perseguire valori di uguaglianza e garanzia di correttezza nell’azione amministrativa e individuare percorsi comuni per attuarli.

E invece no, ed è qui che si insedia la seconda preoccupazione, quella di affidare a “esperti” l’individuazione delle soluzioni. Questa scelta, benchè estrema, evidenzia, da una parte la mancanza di consapevolezza sui problemi reali del Paese, dall’altra la pretesa che basti avere calpestato aule di università o di tribunale per avere contezza dei problemi e capacità di trovare le soluzioni.

Mai come adesso, invece, c’è bisogno di cambiare prospettiva. Abbiamo già sperimentato cosa accade quando si governa osservando il Paese con distacco, dall’alto di un palazzo. Se vogliamo fare ricorso ai saggi facciamolo portando nel palazzo i cittadini senza fissa dimora, gli esodati, i nuovi poveri, i lavoratori in nero, e tutti quelli che pagano sulla propria pelle l’effetto delle politiche altisonanti che si traducono in costanti e ripetute improvvisazioni, rispetto alle quali, ci convincono ciclicamente di dovere trovare rimedio. E’ evidente che non si tratta della pretesa banale di dare agli ultimi le chiavi del potere, ma almeno, come insegna la rivoluzione francese, di riconoscere che esiste un “terzo stato”, cioè una parte del Paese che non è rappresentata né rappresentabile dai soliti notabili.
Dobbiamo uscire dall’equazione per la quale ogni soluzione deve essere generata all’interno dei comodi palazzi e con l’attenzione che non ne scalfisca nè potere, nè comodità. Conosco persone realmente sagge che hanno le mani incallite e la schiena curva, ma gli occhi puliti e lo sguardo che guarda lontano. E hanno saputo trovare le soluzioni opportune quando era necessario, senza dovere fare ricorso a trucchi o patti da violare.

Se Napolitano avesse compreso, negli ultimi giorni del suo settennato, che il Paese ha bisogno di “autenticità” e non di balletti tra i soliti cavalieri del palazzo, avrebbe lasciato un bel segnale al Paese.