Da una parte troviamo tv e giornali che parlano di migranti e guerre lontane dall’altra ci sono realtà di cui si parla meno, ma che colpiscono le persone ogni giorno. Una di queste realtà si chiama Caritas, in particolare la Caritas di via Enrico Fermi nella zona di piazza Domitilla a Ladispoli.
Di qui passano stranieri di ogni nazionalità, ma da quattro anni a questa parte, anche molti italiani. Che sia per una doccia, degli abiti o un pasto qui si intrecciano esistenze accomunate dalla “vita di strada”. Le nazionalità sono diverse: dai polacchi agli africani, dai rom agli indiani, ma soprattutto romeni. Secondo Nadia Bitti “si tratta di persone che abitano da tempo sul territorio, non di nuovi migranti. I polacchi sono rimasti pochi, quelli storici. Molti sono tornati nel loro Paese. Spesso accompagniamo loro ai pullman e paghiamo loro il biglietto quando siamo sicuri che lo desideri veramente. Si deve stare sempre attenti a dare loro dei soldi o anche il biglietto, perché se lo possono vendere”. C’è comunque un rinnovo: “ci sono alcuni che si rivolgono a noi per poche volte poi scompaiono, ma anche quelli fissi sul territorio girano, vanno alla mensa in altre città, per cambiare. Si spostano con i mezzi e molte volte arrivano in ritardo perché spesso vengono fatti scendere”. Poi ci sono “i barboni pellegrini”, di solito coppie giovani, anche miste, che girano l’Europa.
Grazie al vescovo Gino Reali e all’ex parroco don Emanuele Giannone, da 12 anni la Caritas ladispolense offre servizi ai senzatetto della zona. Ci accoglie Nadia Bitti che da 15 anni è volontaria e responsabile del reparto docce/distribuzione vestiario della struttura. Sono soprattutto uomini gli “abituali” del centro e chiedersi il perché sorge quasi spontaneo. Il motivo ci viene limpidamente spiegato dalla volontaria: “Quando non lavori, non paghi l’affitto e perdi la casa. Finisci per strada. L’uomo viene colpevolizzato e, mentre la donna trova un’altra situazione di coabitazione, lui si ritrova a vagabondare”. Infatti, spesso sono uomini giovani, con una vita passata “normale”: molti insieme al lavoro hanno finito col perdere anche moglie e figli. È un circolo vizioso perché l’orgoglio impedisce a tanti di ritornare nel Paese d’origine dove verrebbero considerati dei “perdenti”.
Il racconto della responsabile prosegue fino a che non ci troviamo nella cosiddetta “zona docce”: qui due volte a settimana, il lunedì e il venerdì dalle 9:00 alle 11:00, chiunque ne abbia necessità può lavarsi e ricevere un cambio di vestiti. “Normalmente – dichiara la Bitti – ci sono da 30 a 50 persone a volta e io sono l’unica che può entrare mentre si stanno lavando. Questo vuole far capire anche che tipo di rapporto si è andato a creare”. Le poche donne e bambini che chiedono aiuto alla struttura, come ci viene spiegato, non vivono nel territorio bensì a Roma e sono di origine rom.
Come ogni struttura di accoglienza alla Caritas di Ladispoli non poteva mancare la mensa: una piccola casetta adiacente alle docce che può contenere fino a 60 persone, attiva tutti i giorni a pranzo. Per 365 giorni l’anno compresi Natale, Pasqua, Capodanno, Ferragosto e tutte le altre feste, i volontari accolgono quelli che si mettono in fila per un pasto. Un medico, un dentista con un gabinetto apposito ed uno psicologo si alternano nel centro, affiancati dai volontari che – come ci tiene a spiegare la volontaria – non vengono retribuiti.
A volte sorge qualche problema con gli utenti. Spesso gli italiani pensano di essere privilegiati e sono insofferenti quando i volontari trattano tutti senza fare delle differenze. Nonostante la maggior parte delle persone che si rivolgono alla Caritas siano di origine straniera, le difficoltà non sono di comprensione linguistico-culturale, ma derivano per lo più dalla condizione di alcolismo in cui molti riversano. Il bisogno di bere è così forte che li porta a spendere i pochi soldi “racimolati” svolgendo diversi lavori per comprarsi il vino. “L’alcool porta epilessia, cirrosi epatica, cancrena, ma se è l’unica salvezza dalle amarezze della vita di strada, è facile caderci” ci spiega Nadia. Non si può pensare di curarli perché, per molte malattie, il rimedio è proprio il cambiamento dello stile di vita. In ospedale non possono essere ospitati perché le malattie di cui soffrono non prevedono il ricovero. Molti di loro non hanno neanche la copertura sanitaria. Le conseguenze quindi sono drammaticamente prevedibili: “C’è un morto al mese, per malattie collaterali all’alcolismo, per freddo, per incidenti, avvelenamenti ecc. Ad esempio, qualche tempo fa, al bosco di Palo, tre senza fissa dimora hanno mangiato del riso con funghi raccolti spontaneamente, e due di loro sono morti avvelenati”.
Come si potrebbe intervenire per prevenire questa situazione senza uscita? Nella sua lunga esperienza in questo ambito, Nadia si è fatta una idea: “La strada ti risucchia in giro di qualche settimana. Si dovrebbe intervenire in maniera coordinata e incisiva prima che sia troppo tardi. Da noi arrivano molte persone per chiedere aiuto, ma non possiamo fare niente. Servono strutture attrezzate, istituzioni che prendano in carico le persone per un periodo di tempo necessario a comprendere le singole situazioni”.
Sicuramente, in queste situazioni limite, sarebbe meglio prevenire che curare. Infatti, per quanto riguarda i senzatetto, il ritorno nella società dopo un tempo passato per strada è difficile, se non impossibile. “In 15 anni, ho visto al massimo 4-5 persone che ci sono riuscite”, confessa Nadia.

