
Mon Oncle, Jacques Tati, 1958
di Ginevra Amadio
È grazie a un progetto della Ripley’s Film che dal 6 giugno possiamo rivedere sullo schermo l’imponente figura e la grande arte di Jacques Tati. In versione restaurata e senza tagli ad alterarne forma e sostanza, i capolavori del maestro francese tornano a far riflettere uno spettatore passivo, sempre più assuefatto all’intrattenimento usa e getta, da consumare come cibo d’asporto.
Il ritorno del cinema allo sguardo del passato è il ritorno a un tipo di arte che può ancora chiamarsi settima grazie all’entrata in campo del digitale, capace di rendere possibile la ridistribuzioni di opere immortali. È un passo all’indietro che non genera involuzione ma proietta più in là, verso il recupero di ciò che è ancora valido e resiste allo scorrere degli anni e all’usura di questo tempo. Ma è soprattutto fiducia nella storia come maestra d’arte e di vita, anche se c’è chi ancora storce il naso all’idea che il cinema non sia poi così distante da quella che si usa indicare come realtà.
Recuperare Jacques Tati è però un’operazione ancor più importante, che affonda le sue radici in quell’anima del cinema francese che è solo sua, in cui la risata che si accompagna all’amarezza vede nell’ingenuità delle situazioni la critica più potente alla modernità ingannatrice. Lo sguardo del regista perennemente in bilico tra il lucido e il visionario ha il pregio unico e forse mai più ritrovato di coniugare nella sua produzione un’analisi spietata sull’umanità e tutto l’amore per essa, dando alla parola più insidiosa e abusata di tutti tempi un significato puro e antiretorico; perché è alle persone che Tati guarda, a un pubblico che ha ancora dentro di sé la capacità di stupirsi, di guardare al mondo con gli occhi del bambino che vede il mare per la prima volta, sente la sabbia scivolare negli spazi tra le dita e storce la bocca che ha appena voluto verificare la salinità dell’acqua. È un amore ingenuo e spassionato quello del gigante francese con la pipa in bocca, convinto che nel mondo nessuno sia carnefice perché in fondo ognuno è vittima di qualcun altro, prigioniero di un disegno progettato dall’esterno: «Non ci sono star, nessuno è importante ma tutti lo sono […]. È una democrazia di gag e comici, la personalità degli esseri umani intorno a un’architettura che altre persone hanno disegnato per noi, per vivervi dentro, senza chiederci se eravamo d’accordo o meno. Alla fine vinciamo tutti nel senso che ancora ci parliamo l’un l’altro; se qualcosa va storto, siamo ancora compagni e a qualcuno è ancora permesso essere importante».
Vittima del non ricompensato sforzo produttivo messo in piedi da PlayTime, Tati concentra nelle contraddizioni del suo genio la grandezza dell’amore che muove la cinepresa, il linguaggio del corpo e persino le parole bofonchiate da quel Monsieur Hulot che gli regalò la fama. Senza mai venir meno al senso profondo che pervade le sue incongruenze, il regista sa criticare la modernità utilizzando quegli stessi mezzi potentissimi che hanno fatto della sua arte un prodotto cinematografico inimitabile. In tal senso guardare Mon Oncle è comprendere quel messaggio di cui parla Michel Gondry quando afferma che il film «sembra denunciare la modernità, la disumanizzazione del mondo. Ma la modernità del film, ciò che è potente in esso, è proprio la maniera in cui Tati ha girato queste situazioni come se fosse un extraterrestre, come qualcuno che non ha accettato nessuna delle convenzioni che siamo abituati a vedere sugli schermi». E a tanto serve affermare oggi come questa sia una pellicola assolutamente profetica, su un mondo in cui la tecnologia scandisce i nostri comportamenti e i gesti quotidiani. Non siamo più padroni di noi stessi e qualcun altro decide per noi, in una società in cui le ossessioni sono rese palesi da una corsa al progresso che produce tanti piccoli automi in fila sulle banchine della metropolitana con gli smartphone in mano.
E, seppur nel 1982 un’embolia polmonare ha deciso di risparmiare a Tati lo spettacolo della disumanizzazione completa, è comunque un miracolo che sia riuscito lo stesso a narrarlo servendosi dei medesimi mezzi che sapeva fuggire. Perché l’uomo è imprigionato, è vero, ma chi lo ama può ancora salvarlo. Con un passo indietro, guardando al passato, ricordando che il cinema a volte crea una tregua alla morte. Sarà per questo, forse, che Jacques Tati è tornato in sala.
