Il mio Marlow, puro ed ingenuo alla ricerca della verità. Intervista a Virginia Acqua, regista di Cuore di Tenebra • Terzo Binario News

Il mio Marlow, puro ed ingenuo alla ricerca della verità. Intervista a Virginia Acqua, regista di Cuore di Tenebra

Mar 26, 2015 | Cultura, Roma

247083-thumb-full-cuore_di_tenebra_pal_dvLa nebbia, i colori tenui e diradati, il monologo tirato e intenso di Valerio di Benedetto che interpreta Marlow. Cuore di tenebra di Joseph Conrad è in scena fino al 29 marzo al Teatro Studio Uno di Roma. L’adattamento e la regia sono di Virginia Acqua, capace di dipingere un Marlow puro, ingenuo e non corrotto alla disperata ricerca della verità. Nel personaggio di Marlow è inclusa tutta l’umanità, schiacciata dal male insito nella specie. Non c’è speranza di salvezza e non c’è catarsi. Del resto, come ricorda la regista, lo spettacolo si chiude con la parola “tenebra” e non con la parola “stelle”.
Il monologo di Valerio di Benedetto è tirato e intenso. Dalla nebbia iniziale al mistero di fondo della narrazione. Quali sono i punti fermi della tua regia?
Il punto fermo di tutto il mio spettacolo è proprio Valerio!  In Cuore di tenebra si parla innanzitutto della natura umana e racconta di un viaggio lunghissimo e complesso per questo mi sono affidata totalmente all’unico elemento che in teatro ha il potere di raggiungere tutti i livelli comunicativi: l’uomo, l’attore. Avevo scelto Valerio dopo averlo visto in “Spaghetti Story” dove interpretava il personaggio di un ragazzo ancora immaturo ma nello stesso tempo ancora “puro” non corrotto ed ingenuo è esattamente così che io vedevo Marlow all’inizio del suo viaggio. Volevo trasmettere tutta la “normalità” di questo ragazzo del tutto comune e ancora entusiasta della vita e pieno di sogni, affinché lo spettatore potesse identificarsi immediatamente in lui e seguirlo con ancora più partecipazione nel suo viaggio nelle tenebre. Con Valerio abbiamo affrontato il testo davvero frase per frase e lui sì è messo in gioco con grandissima generosità sia dal punto di vista professionale che umano.
Il flusso di parole di Marlow catapulta lo spettatore quasi in un mondo parallelo, che arriva diritto al profondo dell’anima. Qual è il messaggio più importante di Marlow?
La verità. Una verità “scandalosa” quasi intollerabile anche oggi, la verità che fa dire a Marlow che la scoperta per lui più sconvolgente è il pensiero dell’umanità e della parentela fra i selvaggi incontrati lungo le rive del fiume Congo, o con i cannibali che ha a bordo con sé e la società ben pensante dell’Inghilterra vittoriana a cui appartiene. In Cuore di tenebra si parla degli esseri umani, tutti ugualmente inclini alle tenebre, non importa a quale società essi appartengano perché il nucleo dell’essere umano è lo stesso. Conrad fa dire a Marlow, nel 1902, che il rullio di tamburi che proviene dalla giungla ha un significato “profondo come il suono delle campane in terra cristiana” … nel 1902… Non c’era stato l’Olocausto, non c’erano state le Torri gemelle, Al Qaeda o l’Isis, non c’era stato Charlie Hebdo… e sinceramente penso che se, per utopia, Cuore di tenebra fosse stato letto e compreso da tutti nel corso del XX secolo, forse non ci sarebbero neanche stati. Conrad rivela all’uomo la sua verità più scomoda: non quella di pensare che il proprio dio sia migliore degli altri… ma di sentirsi, intimamente e inconfessabilmente, lui stesso, un dio.
Marlow non fa scena a sé ma cerca di interagire con il pubblico al fine di conquistarne il supporto e l’approvazione. Quale salvezza si prefigura per la sua anima?
Nessuna. Non c’è salvezza in Cuore di tenebra intesa come la sconfitta del male, non c’è catarsi. Perfino le tragedie greche portano in sé un messaggio di purificazione e consolazione, attraverso la morte ad esempio, ma qui il male non viene sconfitto perché Marlow, una volta incontrato Kurtz, non farà altro che scoprire che il vero male è lui stesso e la società a cui appartiene e nella quale deciderà di tornare e soprattutto che deciderà di proteggere con la sua menzogna. Alcuni spettatori a fine spettacolo mi hanno detto “bellissimo, ma perché non fai succedere qualcosa di eclatante, di forte, è come se mancasse qualcosa” ed io sono stata molto contenta di questa richiesta perché è esattamente ciò che volevo che provassero: senza accorgersene mi stavano chiedendo un apice drammatico e consolatorio, era questo che sentivano gli “mancava”, una valvola di sfogo al disagio che questo testo trasmette. Ma questa valvola nel romanzo non c’è e quindi non può esserci neanche nello spettacolo. In realtà Valerio che racconta questo viaggio al pubblico esattamente come Marlow lo racconta ai marinai a Londra, non cerca la loro approvazione, ma li porta con sé attraverso i gironi dell’Inferno e poi ti riporta poi comodamente a casa propria, ma con tutto il peso delle loro tenebre, senza passare per nessun purgatorio dove espiare le proprie colpe. Meno che mai un paradiso salvifico! Il romanzo, e lo spettacolo, si chiudono con la parola “tenebra”, non con la parola “stelle”.
Dall’uso delle luci ai colori. Quali strategie di comunicazione del personaggio e dell’ambiente hai utilizzato?
Delle lunghe descrizioni che Marlow fa della giungla quella che ho tenuto maggiormente come riferimento per la scelta delle luci è stata “laggiù perfino lo splendore del sole diventava angosciante”. Inoltre mi sono ispirata dichiaratamente alla fotografia di alcune scene di Apocalypse now perché trovo che l’idea di Coppola di traslare l’ambientazione dal fiume Congo di inizio ‘900 alla giungla del Vietnam fosse concettualmente perfetta, proprio perché la storia si ripete, anzi direi che l’uomo ripete sempre i suoi errori nella sua storia, non impara proprio mai.
E poi non riesco a immaginare un altro Kurtz all’infuori di Marlon Brando!
Quali sono i progetti futuri per Cuore di Tenebra ed eventualmente altre idee?
Lo spettacolo ha avuto il patrocinio dell’Istituto polacco di Roma, dato che Conrad, pur avendo scritto sempre in inglese era nato in Polonia, e della Joseph Conrad Society UK quindi stiamo pensando di proporlo anche fuori dell’Italia, come al Conrad Festival di Cracovia. Per me non sarebbe la prima volta dato che con il mio precedente spettacolo “Non ero carina ero peggio” un monologo sulla vita di Pauline Metternich scritto da Massimo Spinetti ho girato molto l’Europa, dalla Turchia, all’Austria, all’Ungheria. Altre idee guardano sempre all’Europa, a Parigi  in particolare, dove insegno teatro in una scuola di lingua italiana e dove i teatri sono sempre pieni, anche quelli più piccoli, anche il martedì sera con la pioggia battente al terzo mese di  repliche dello stesso spettacolo, dove ogni giorno al telegiornale delle 20 c’è un servizio di almeno 10 minuti dedicato a uno spettacolo, semplicemente perché lì, il teatro, fa parte della normale vita quotidiana di tutti. Posso sospirare?