Candida Pittoritto ribadisce sul caso social della targa di Cucchi (‘piazza Stefano Cucchi, spacciatore’) apparsa sulla bacheca social del consigliere di Ladispoli Giovanni Ardita che poi il “leone della destra” ha rimosso, ed anzi l’ex candidata sindaco di Cerveteri rilancia, ribadendo la sua posizione anche con un video in cui sottolinea che ci sarebbe volontà di intitolare un luogo al geometra ucciso mentre a Ladispoli si discute su piazza Almirante sì o no. Sullo stesso social i commenti dei cittadini le sono avversi.
“Non è una gaffe. L’ho detto chiaramente che chi ha commesso quell’azione non deve rimanere impunito, piuttosto, se una persona è tossicodipendente, sbattuto fuori casa, senza aiuti, quanto pensi possa campare? Una madre non dovrebbe battersi per evitare che il figlio continui a drogarsi? Non so se la cosa è nota solo a me, ma se si continua a percorrere quella strada, non serve il poliziotto che lo manda al cimitero, ci va o per quello che si prende, o per quello che gli fanno nell’ambientino di delinquenti che bazzica. Se una madre ha un figlio tossicodipendente e si arrende…è come se il figlio l’avesse già perso… è condannato a morire. Ne ho conosciute alcune di mamme che hanno avuto questa disgrazie in famiglia (la tossicodipendenza), venivano anche picchiate dal figlio, ma con le unghie e con i denti li hanno riportati ad una vita normale. Dalla droga si esce… ma a volte ci deve essere il polso di chi ama dietro…e di certo la madre è colei che lo “dovrebbe” amare di più….. E adesso la famiglia ci specula sopra…..”
Candida Pittoritto
Ora, tralasciando per un attimo la questione di merito (ovvero sull’opportunità di intitolare una piazza a qualcuno valutandolo per i suoi trascorsi) ci si sofferma sul metodo. Disegnare al pc un’iscrizione di quel genere risulta offensivo sotto qualsiasi prospettiva lo si voglia guardare e peggio ancora pubblicarlo. Tant’è vero che quel burlone di Ardita, in un sussulto di serietà, ha preferito rimuovere il post. A questo punto bisogna domandarsi se è opportuno che una donna che ambiva alla fascia tricolore di Cerveteri se ne esca con simili affermazioni. Qui c’è qualcuno ucciso – e un processo stabilirà le colpe – secondo la confessione di uno dei protagonisti da coloro che lo avrebbero difendere. Non solo: senza la tenacia della sorella questa storia non sarebbe mai emersa pubblicamente e senza un nuovo procedimento non ci sarebbe stata la stessa confessione, per quanto tardiva. Ripeto: sull’opportunità di un’intitolazione il dibattito non è necessario, ma indispensabile; sulle offese ai morti non c’è discussione: andrebbe solo chiesto scusa.
a.v.
