Non c’è spazio per loro, glielo abbiamo detto in tutti i modi. L’Italia è in crisi: non c’è lavoro per noi, figuriamoci per gli stranieri. Ma loro non ascoltano, vengono lo stesso affrontando un viaggio nel Mediterraneo su imbarcazioni che ricordano i treni diretti ad Auschwitz e Birkenau. Ai nostri occhi sono tutti uguali, per lo più magrebini. Sguardi profondi e neri in cui si intravede uno scintillio di speranza. Una speranza che -quando hanno fortuna- oltrepassa le acque solcate con scafi improvvisati e approda a terra, dove ad attenderla ci sono i centri di espulsione e identificazione (Cie).
Ci sono tante cose nei Cie. Sporcizia diffusa, fame, noia, malattie e infezioni. Ci sono spazi ristretti, la speranza che muore di giorno in giorno nell’attesa di vedere riconosciuta la propria richiesta di asilo. Ma a dispetto di tante cose che ci sono, una cosa certamente manca: la dignità.
Spogliati al freddo, messi in fila e lavati con una pompa come si fa con i cani in un cortile. Ma i cani li laviamo in giardino d’estate, sotto un sole cocente per cui l’acqua fresca è refrigerio per loro e un piacere per noi. Gli immigrati no. Risale a una settimana fa l’episodio di Lampedusa, dove “gli ospiti” del Cie sono stati fatti spogliare e sono stati lavati in cortile sotto il getto impietoso di una pompa che, assieme alla sporcizia, ha lavato via la dignità. L’arcivescovo di Agrigento, monsignor Francesco Montenegro, ha commentato così l’accaduto: “la situazione emergenziale che si vive all’interno del Centro non può giustificare situazioni e trattamenti che poco hanno a che fare con il rispetto della dignità umana e dei diritti dell’uomo come quelle trasmesse”. Ma Lampedusa non è un caso isolato.
Bocche cucite a Ponte Galeria vicino Roma, dove nel centro di espulsione dieci magrebini si sono cuciti la bocca con ago e spago. Bocche sigillate per gridare la propria esistenza. Hanno sbagliato, sono venuti in una terra che non è in grado di accoglierli. Ma il prezzo pagato è decisamente troppo alto.
