L'eterna emergenza • Terzo Binario News

L’eterna emergenza

Ott 18, 2013 | Blog

Lo stato di emergenza nell’affrontare gli sbarchi dei migranti in Italia dura da alcuni decenni. All’inizio, furono gli albanesi. Ventidue anni fa, più precisamente l’8 agosto 1991, nel porto di Bari attraccò il mercantile partito da Durazzo con ventimila persone a bordo. Quel giorno rimase impresso nella memoria collettiva e l’immagine della nave Vlora entrò nel repertorio delle foto storiche sull’immigrazione in Italia. Si trattava del secondo grande sbarco in Puglia. Inizialmente la nave fu respinta a Brindisi e dirottata verso Monopoli, fu poi agganciata da rimorchiatori e ormeggiata nel porto del capoluogo pugliese.

Vlora

 

Eva Karafili, allora ventiquattrenne neo laureata in economia, si trovava a bordo di questa nave. Attualmente vive a Bari dove lavora per una azienda di import- export. L’abbiamo intervistata a pochi giorni dalla tragica morte dei migranti a Lampedusa, per cercare di capire – da chi ha avuto un’esperienza simile – quali sono i fattori alla base di una decisione così rischiosa e come si potrebbero evitare questi sacrifici umani.

eva

Eva, cosa ti ha spinto a lasciare il tuo Paese e affrontare questo viaggio avventuroso?

Non sono emigrata per fame o per povertà, ma per il desiderio latente di andare via dall’Albania, di lasciare questo Paese dove regnava la dittatura comunista, di fuggire dal regime che sotto l’ideologia e lo slogan “tutto si fa dal popolo e per il popolo” agiva contro lo stesso popolo, spogliandolo della dignità e della libertà, perfino del pensiero. Si scappava da un paese dal quale non potevi uscire se non con dei visti speciali che erano riservati ai pochi fortunati oppure scappando rischiando la vita tua e mettendo in condizioni pericolosissime la vita di tutti i parenti che lasciavi lì. Da tempo progettavo di andare via dall’ Albania ma non ero riuscita, così una volta saputo che il porto di Durazzo (zona strettamente militare) era aperto e la gente stava assalendo le navi che si trovavano attraccate alla banchina, io e mio marito abbiamo deciso di scappare. Ci siamo trovati su una nave mercantile, in mezzo a una folla immensa di circa ventimila persone.

 

 

Come è stato il viaggio?

Date le dimensioni della nave e la folla che l’aveva riempita all’inverosimile, non ci siamo resi conto dell’enormità e del grosso pericolo che si correva: diventi tutt’uno con la massa e, una volta dentro, non c’ è via di ritorno. Inoltre, era estate e il mare era tranquillo. Il viaggio è durato quasi 24 ore. Non ricordo di aver avuto né fame e né sete. Le mie esigenze vitali, come per miracolo, si erano ridotte soltanto al respirare. In queste situazioni scatta un forte istinto di sopravvivenza e così scopri i tuoi limiti di sopportazione, scopri la forza che c’ è in te.

Secondo te, che hai vissuto questa esperienza, quali sono le motivazioni che portano molti migranti a “scegliere” i viaggi della fortuna, nonostante i numerosi rischi noti a tutti?

I motivi per andare via da un paese povero o che si trova in mezzo ad un conflitto sono oramai risaputi. Per quanto riguarda il modo, non tutti hanno scelta. Si rischia perché non c’è un altro modo. Si rischia perché tanti, prima, c’è l’hanno fatta. Si rischia, non pensando al vero rischio.

Quale è la tua opinione riguardo alla tragedia avvenuta in questi giorni a Lampedusa?

Seguendo quello che è successo a Lampedusa si prova tristezza e sconforto. Purtroppo, come la storia e la vita ci insegnano, se non succedono tragedie, se non muore gente, ci si dimentica e si ignorano dei fatti che prima o poi si devono affrontare seriamente. Spero che questa tragedia, queste vite perse servano a qualcosa.

Secondo te, come si potrebbe risolvere questa situazione drammatica che ha trasformato il Mediterraneo in un cimitero?

Non dico che si possa risolvere, ma perlomeno che ci sia l’impegno serio e umano, di chi di dovere, di stabilire le regole, tenendo in considerazione i cambiamenti nel mondo. Queste tragedie insegnano che non c’è niente che freni la spinta della disperazione. Questo è un problema che tocca nell’immediato l’Italia, ma è di tutta Europa.

Se dovessi tornare indietro al momento della tua partenza dall’Albania, cosa faresti?

Tornando indietro, non cambierei la partenza, lo farei allo stesso modo perché, nel bene o nel male, era una mia scelta. Cambierei tutto il resto, farei il viaggio da sola e farei una serie di altre scelte con un altro spirito e con un pizzico di sano egoismo in più.

Falënderim!