di Ginevra Amadio
È difficile non leggere l’opera di Sylvia Plath come una vera e propria radiografia del male. Lo è in virtù del suo vissuto, così drammatico e tragico, ma anche perché la produzione in versi, assai più di quella in prosa, si presta con sempre maggiore facilità a interpretazioni di tipo empatico, che richiedono al lettore la partecipazione a un dolore di cui non riescono a comprendere le motivazioni.
È il grande dramma dei poeti “sensibili”, ingabbiati in un destino critico che continua testardamente ad attenersi al loro reale. Buon gioco ne ha avuto la critica piscoanalitica, costantemente votata allo schiacciamento dell’opera sul vissuto dell’autore, e così la critica biografica, o quella femminista, che dai Cultural Studies in poi ha gettato la produzione artistica in un profondissimo calderone documentario di cui non si riesce a sondare il fondo.
Il risultato è assai spesso quello della costruzione di individui di carta, privati del loro valore artistico e paradossalmente anche di quel vissuto particolare cui ci si era strettamente attenuti in un’analisi che si rivela parziale. Ecco allora l’immagine di Alda Merini come pazza della porta accanto, ormai sempre più cannibalizzata da una critica e un pubblico che non sanno far combaciare – su versanti opposti – i versi e i drammi interiori di una donna decisamente più complessa del “mito” che di lei è stato ricavato. O ancora – appunto – il ritratto di Sylvia Plath come icona del femminismo, il quale si è appropriato della sua anima rendendola simbolo superficiale e irrigidito della propria lotta.
Ma, come giustamente sottolineato da Nadia Fusini nell’introduzione al Meridiano Mondadori dedicato alla poetessa, le catalogazioni dei versi della Plath sotto rigide etichette risultano quanto mai improprie e incongrue. Poesia femminista, poesia femminile, poesia confessionale non rispondono né esauriscono in pieno la grandezza dell’opera della Plath. I suoi componimenti non hanno nulla in comune con le odierne e ingenue versificazioni improntate al narcisismo dell'”io”, tanto più che il suo non è un “io” lirico e autobiografico, o almeno non solo. Scrivere per lei è uno strumento di analisi del vissuto, non semplice e mero sfogo di un’ebollizione interiore. E si è consapevoli di quanto ciò possa apparire obsoleto, finanche strano in un momento in cui la poesia è essenzialmente una forma-diario, diretta a una lettura emotiva e per niente critica nel senso più ampio del termine.
Nasce da qui il grande errore, o perlomeno l’enorme limitazione cui continua ad essere sottoposta da anni la figura di Sylvia Plath, dipinta – con consenso e assenso voyeuristico dei biografi – come vittima impotente del marito e poeta Ted Hughes. Troppo poche, finora, le voci che hanno osato uscir fuori da tale terreno, insistendo sull’immensa bellezza di poesie che, per dirla con Robert Lowell, «sono eventi, e non registrazioni di eventi».
Tra queste c’è quella magnifica di Leonetta Bentivoglio, che ha sempre tentanto – riuscendovi – di restituire un ritratto della Plath che ponesse in primo piano la sua eccezionale produzione, ricordando come «nulla di aneddotico o funzionale corrompa la purezza dei suoi edifici verbali, che dominano la percezione dell’ineffabile posseduta solo dai poeti veri». È ciò che fa ancora ne Il lamento della regina (Edizioni Clichy, pp. 125, euro 7,90), proponendo una scelta di testi e immagini della poetessa statunitense divenuta, suo malgrado, un’icona in grado di pervadere la modernità. Attraverso una lettura quanto più “pulita”, priva del filtro femminista o ideologico, la giornalista scrittrice restituisce il giusto peso e valore alla Sylvia poetessa, togliendo finalmente dalla sua persona quella patina di impotenza e sudditanza che troppo spesso le era stata cucita addosso.
Il volume si presenta inoltre arricchito da un’accurata cronologia, accompagnata dalla bibliografia relativa a quanto pubblicato di e su di lei in italiano. Un’occasione perfetta per riflettere e valutare sul lavoro finora compiuto intorno a una delle maggiori voci del Novecento poetico, ripartendo finalmente da chi, da vera amante, ha saputo restituirle il giusto peso di donna e artista.
