Requiem for a dream • Terzo Binario News

Requiem for a dream

Apr 29, 2013 | Blog, Gianfranco Marcucci

È stata veramente un’occasione sprecata. Perché nessuno può togliermi dalla testa che questa fase politica poteva davvero dare il via a un processo di modernizzazione e di cambiamento per le sorti di questo Paese che sta vivendo la più grande crisi economica dal dopoguerra a oggi.  Ma il sogno è stato spezzato proprio quando sembrava a portata di mano.

È finita, come accade quasi sempre nella storia, con una restaurazione macabra e paradossale che fa più male perché perpetrata dal maggiore partito della sinistra (sic!) che è riuscito in pochi giorni e con una farsa umiliante a bruciare da solo i propri candidati al Quirinale, ad abdicare a se stesso consegnandosi di nuovo nelle vetuste mani di Giorgio Napolitano e a varare un governo contro natura con il PDL.

In questa occasione la classe dirigente del PD ha dimostrato pubblicamente quello che da anni molti dei suoi simpatizzanti e elettori le ha sempre rimproverato a gran voce: una scarsa capacità a interpretare la realtà legata ad un’assenza di lungimiranza nella visione politica.

Eppure subito dopo il voto di fine febbraio con la non-vittoria sembrava che la coalizione di centro-sinistra la lezione l’avesse capita e il tentativo di Bersani di formare un governo in discontinuità con il passato sembrava andare in quella direzione.

La domanda di cambiamento uscita dalle urne sembrava così essere accolta, seppur con colpevole ritardo, con quell’apertura al M5S e cioè a quella forza politica che più di altre aveva saputo interpretare il malcontento e il desiderio di novità di una parte consistente di italiani.

La strada da intraprendere non era facile, per nulla. Ma l’accordo/sfida con il MS5 era l’unica via praticabile per la sinistra italiana perché in ogni modo alla fine se ne sarebbe giovata.

Perché se il M5S non avesse accettato l’opzione logicamente successiva all’ipotesi Bersani (che non aveva nessuna possibilità di riuscita) e cioè un governo esterno ai partiti – guidato da autorevoli personalità di area con un programma che accogliesse molte delle sue richieste (che ricordo la maggior parte sono proposte “di sinistra”) – questo rifiuto grillino avrebbe creato fratture tra gli eletti con conseguente ribaltamento delle posizioni di forza tra i due soggetti politici. Non è un caso che quando questo tipo di strategia è stata messa in atto con l’elezione dei presidenti delle Camere i parlamentari del M5S si sono spaccati e alcuni senatori  hanno votato Piero Grasso.

Il possibile diniego di Grillo avrebbe sì portato il Paese direttamente a nuove elezioni (previo un governo a tempo per la sola legge elettorale) ma alla luce di questi fatti la coalizione progressista le avrebbe affrontate con un profilo rinnovato e con un potere attrattivo molto più forte verso quell’elettorato che chiede il cambiamento e che a febbraio aveva scelto di votare per il M5S o di astenersi.

Si doveva dunque insistere su questa linea ma come afferma Curzio Maltese su “La Repubblica” del 21 aprile 2013: “Il gruppo dirigente del Pd non ha mai voluto un accordo con Grillo, ha soltanto messo in scena una lunga manfrina per far contento il popolo. Il vero, ma inconfessabile, obiettivo del gruppo dirigente era l’accordo con Berlusconi, che alla fine infatti è arrivato”.

Quindi se il sogno è svanito è solo per colpa di questo strano soggetto spurio che è la classe dirigente del Pd.

Questi smacchiatori di giaguari che ora con il giaguaro ci siederanno assieme al governo sono stati smascherati e le contraddizioni da sempre presenti in quel partito sono emerse come macigni.

Non può esistere infatti un soggetto politico che ha le gambe ben piantate a sinistra, da cui riceve legittimazione e consenso, e la testa che guarda, da quando è nato, verso destra. Non può esistere un partito che coltiva sogni liberisti accanto a quelli socialdemocratici, che ha al suo interno giuslavoristi fanatici della flessibilità e altri che difendono ogni singolo articolo dello statuto dei lavoratori, che sogna Blair e nello stesso tempo Berlinguer, che vuole rappresentare le categorie dei sindacati dei lavoratori e poi candida imprenditori in area Confindustria, che lavora per avere una banca mentre vuole difendere le famiglie e le piccole imprese schiacciate dalla mancanza di credito, che pensa al partito come uno strumento da mobilitare solo sotto elezioni ma ha una struttura e una storia completamente diverse.

Non sarà di certo il governo Letta a sopire queste criticità. Questo nuovo esecutivo non ha inaugurato nessuna nuova fase politica. Rappresenta solamente il tentativo di una classe dirigente (di sinistra ma anche di destra) disperata e delegittimata, l’ultimo colpo di coda di una stagione ormai giunta al capolinea. La fine di un ciclo storico che non riguarda solo l’Italia ma rientra in una domanda di cambiamento più generale che investe l’economia e le società di tutto il mondo.

Per quanto riguarda la grande maggioranza dell’elettorato di sinistra, quasi abbandonato a se stesso e senza più timonieri, rimane in attesa di un tempo nuovo, impaziente di avvistare dalla riva una nuova barca con la quale poter riprendere il mare.