Un dialogo continuo con i morti, evocato, ripetuto in qualsiasi conversazione, come se fossimo circondati, da “è possibile che non dice niente nessuno?” all’affermarsi dell’ultima trovata in politica economica, oppure all’ennesimo scandalo. Leos Carax lo porta al cinema con quell’Holy Motors che avrebbe stravinto a Cannes, i festival, ennesima decadenza, se il cinema contasse ancora qualcosa. Come l’ultimo Bernardo Bertolucci, come Resnais. Se anche quegli spettatori non fossero morti, come nella sala cinematografica con cui Carax apre il suo film. Morti, o addormentati da sembrare morti. Che prende le pagine vive dei suicidi del lavoro di Peppe Fiore, l’io vi maledico della rabbia sociale inconoscibile e inclassificabile di cui ci dice la De Gregorio nel suo ultimo libro. Rabbia soffice, come ovatta, che non sa nemmeno più distinguere il nemico.
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Un dialogo costante, come se fosse l’unico possibile, quello necessario, dentro questo attraversare che annovera l’incremento mai visto in termini numerici e non, di chirurgia estetica, di medicalizzazione del mondo, come se la solitudine, la paura, i timori fossero sintomi guaribili, come se bastasse la benzodiazepina. Dentro questo incedere che fa ormai dei lettori online e non grandi fruitori del porno, che fosse poi un porno deleuziano, come dell’infotaiment. Un dialogo inesistente, che prende, che rimane con le sue parole impronunciabili, dentro ad un’idea di società che non c’è più, dove anche un dittatore può aver fatto cose buone, e merita i titoli dei giornali, dove c’è da camminare, da camminare lievi, se uno ci riuscisse.
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Dove se la guerra sta lì dietro in Africa, prima in Libia, poi in Siria, in Mali, non importa, c’è la crisi e vediamo i dati, il decremento dell’acquisto dei prodotti per la casa. Come nell’Old Ideas del vecchio Leonard Cohen. Finisce l’erba e l’acqua scola. Dove se Putin oltre a uccidere i giornalisti mette fuori legge i gay non dice niente nessuno, ma proprio nessuno. Dentro l’Europa, altra evocazione, che sfugge da tutti quelli che erano i suoi compiti più elementari, come se non fosse possibile nient’altro. Quali nuovi inizi, altro che sol dell’avvenire. I morti sono i morti sociali, quelli lasciati per strada dalle prospettive che si diradano, quelli per cui il futuro, e il prossimo giorno. Invocati per un dialogo stretto, che ci ricordasse qualcosa, fuori dalle istituzionalizzazioni delle memorie, dove si sono persi anche i motivi delle dispute.
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Dove al distinguere si è sostituito l’ammassare, il conformismo silenzioso, quello che vive di luce riflessa, quello che poi è possibile che non si sveglia, quello che c’è sempre una famiglia da mantenere. Fantasmi, come nell’ultimo dei Baustelle, dove finché c’è morte c’è speranza. Amo parlare con Leonard, è uno sportivo ed un pastore, è un indolente bastardo, che vive in un abito, vuole scrivere una canzone di amore, un inno al perdono, un manuale per vivere la disfatta, un grido contro la sofferenza, un sacrificio alla guarigione.