A differenza di una settimana fa l’odore di cherosene nell’aria non c’è più così come le tante tartarughe, pesci e uccelli acquatici morti nel canale del Rio Palidoro e dell’Arrone. La campagna intorno a Fiumicino risplende di bellezza in questo venerdì pomeriggio e tutto appare fermo in una quiete che sembra celare i danni ambientali provocati dalle fuoriuscite dell’oleodotto dell’ENI, il lungo serpentone pieno d’oro nero che passa lungo i campi e canali della bonifica nell’area protetta della riserva del litorale romano.
La storia la si conosce bene. Alcuni ladri nella notte tra il 6 e il 7 novembre, durante il forte temporale che stava colpendo la zona di Roma, hanno bucato la condotta in quattro punti. Volevano fare il pieno di carburante destinato agli aerei da rivendere illecitamente. Ma qualcosa è andato storto e il cherosene è uscito inondando il terreno circostante.
In tanti affermano a mezza bocca che questa storia dei furti all’oleodotto fosse una pratica diffusa e che tanti la conoscevano senza averla mai denunciata. Perché viene da chiedersi? Per quale assurda ragione a nessuno è mai passato per la mente di fare un esposto o anche solo d’informare l”ENI? E ancora nel caso l’ENI avesse saputo perché non è mai intervenuta per evitare questa pratica illegale?
Questa tragedia ecologica rientra a pieno titolo in una delle tante storie sull’attuale declino italiano, il quale si configura dapprima come decadimento culturale e politico – nel senso più ampio del termine – e solo dopo economico e ambientale. Perché quello che emerge da questa storia di furti, di gente che sa e rimane zitta, di grandi aziende che non danno risposte convincenti è un degrado morale e una scarsa attitudine al bene comune.
Ma la questione del disastro ecologico di Fiumicino impressiona anche per il sostanziale disinteresse dell’opinione pubblica locale sul tema nonostante una copertura molto importante da parte della stampa. In questi giorni – nelle strade, nei bar e anche nei social network – la stragrande maggioranza delle persone sembrava essere più allarmata dalla pioggia che cade rispetto a una campagna vicino casa che muore.
Questa meteo-schizofrenia è un altro elemento che evidenzia il declino. Ci si dimentica troppo spesso che la pioggia è un fenomeno naturale e che la sua forza – a volte brutale – fa parte del gioco della vita. Non è controllabile perché sembrerà strano ma seppur viviamo in questo umanesimo imperante esiste ancora il limite dell’uomo nei confronti della natura. Cosi come ci si dimentica che questi continui allagamenti sono anche logiche conseguenze di politiche urbanistiche folli che dagli anni sessanta hanno umiliato i territori rendendoli fragili davanti ai fenomeni atmosferici.
Prendersela con i sindaci, prefetti e amministratori di vario genere – che sia chiaro di colpe ne hanno – è la solita scorciatoia italiana all’auto-assolvimento di massa – il famoso “piove governo ladro” – quando invece una parte della responsabilità è anche la nostra. Un nostro che richiama la dimensione politica del cittadino, l’interesse verso la vita sociale, la sensibilità per il bene comune.
Per troppi anni si è scelta la delega in bianco nel rapporto con la politica e non la partecipazione attiva. Per troppi anni il civismo delle persone si è eclissato consentendo a una classe dirigente – pubblica e privata – di perpetrare, senza grosse obiezioni, un disegno assurdo insozzando il territorio di cemento anche dove non si poteva e non permettendo ad esempio alla pioggia di fare quello che ha sempre fatto nei secoli e cioè di scendere e defluire verso i corsi d’acqua e il mare. Per questo i lamenti tormentosi sugli allagamenti di parte della cittadinanza appaiono sterili, simboli inconsapevoli di una società che ha perso la rotta e ripiega su se stessa in attesa di niente.
Per fortuna che davanti a me c’è la campagna di Palidoro e un tramonto che macchia il cielo di colori intensi che vanno dal rosso fino a sfumare nell’arancione e viola. Per fortuna esiste ancora tanta luce intorno a tutto questo buio.
