“Da diverso tempo è in corso un vivace dibattito circa la necessità di assicurare alle città portuali finanziamenti aggiuntivi, derivati dall’enorme movimento passeggeri di traghetti e crociere che ormai pesa su molte realtà.
Se ne discute a Civitavecchia come in tanti altri territori, in Italia e all’estero, soprattutto per contrastare inquinamento ed overtourism.
La tematica è di evidente interesse per i cittadini dei comuni interessati, specie i più deboli, su cui da ultimo gravano i costi indotti dai traffici navali: in termini di aumento dei tributi, peggioramento dei servizi pubblici, crescita dei prezzi e degli affitti. Giusto quindi che a pagare siano i diretti responsabili.
Solo che c’è un problema: manca lo strumento. Che non potrà mai essere una convenzione tipo Enel, quando mai indigesta agli armatori, né una qualche tassa da applicare che al momento non esiste. O meglio, che in effetti esiste ma unicamente per casi peculiari: ci riferiamo al “Contributo di sbarco” purtroppo circoscritto ai comuni delle isole minori, nonché alla “’Addizionale comunale sui diritti di imbarco portuale”, che invece interessa città metropolitane e capoluoghi di provincia ma solo se sono a rischio di dissesto. Come per l’appunto è stato il caso di Genova, Venezia, Salerno e Palermo. Per tutti gli altri niente.
L’idea di un nuovo tributo si è quindi fatta strada, investendo anche il Parlamento ma senza effetti di sorta. Probabilmente per un motivo molto semplice: perché nel rapporto di forza tra favorevoli e contrari non c’è partita. Le compagnie armatoriali sono troppo potenti, le AdSP troppo subalterne, i comuni portuali troppo deboli e disuniti.
Per superare questa impasse, proponiamo allora di guardare a una significativa esperienza maturata in un settore similare: quello aeroportuale. Spesso, infatti, si manca di ricordare che fin dal 1996 esiste in Italia una associazione dei comuni sedi di aeroporti, l’ANCAI, la quale, in favore dei propri territori, è riuscita a far istituire ben due nuove imposte: “L’addizionale comunale sui diritti d’imbarco di passeggeri sugli aeromobili”, e l’IRESA “Imposta regionale sulle emissioni sonore degli aeromobili”.
L’origine e la struttura di questi provvedimenti potrebbero insegnare qualcosa. Innanzitutto, che i comuni portuali dovrebbero uscire dall’inerzia e aggregarsi al più presto in forma associativa, al fine di ottenere il peso necessario a convincere il legislatore. Perché l’ANCI evidentemente latita. Poi che le aliquote da applicare – che noi auspicheremmo contenute per evitare squilibri tra gli scali – potrebbero essere tarate anche sulle emissioni navali, senza colpire solo i passeggeri. E infine che le risorse derivate dovrebbero essere proporzionali allo scopo, nonché strettamente vincolate a interventi compensativi. Non è roba da poco.
Peraltro, proprio la stessa ANCAI dimostra come una associazione dei comuni portuali non dovrebbe per forza limitarsi a rivendicazioni di natura economica, potendo anzi intervenire sul più vasto insieme di materie inerenti al rapporto città-porto. Che non sono poche né secondarie. Nondimeno, una siffatta associazione potrebbe ben rappresentare un utile riferimento per tutti quei soggetti localmente interessati al mondo portuale – istituzioni, associazioni, comitati – ampliando con ciò gli spazi di partecipazione.
Civitavecchia, tra traghetti e crociere, ogni anno è attraversata da un numero di passeggeri pari circa a 100 volte quello dei propri abitanti. Un dato impressionante. In tal senso, pensiamo abbia tutto l’interesse e anzi la necessità di promuovere un incontro dei comuni portuali, al fine di avviare un’azione coordinata in favore dei propri territori. I comuni sedi di aeroporti lo fanno già da 30 anni, con successo. Crediamo sia il caso di provarci”.
USB Civitavecchia
