Quando il rugby ci insegna che Civitavecchia e il Canada non sono così lontani • Terzo Binario News

Quando il rugby ci insegna che Civitavecchia e il Canada non sono così lontani

Feb 9, 2017 | Civitavecchia, Sport

Ieri sera partita particolare al Moretti-Della Marta: il Crc di Pippo Esposito e Alessandro Mameli ha ospitato il XV canadese degli Swilers (cacciatori di foche, si sa, è abbastanza controverso come nome) dei coach Geoff Warden e Morgan Lovell. 

Il fatto che una squadra di rugby abbia percorso 4977 km (più o meno), cogliendo l’occasione per assistere alle sfide dell’Italia contro Galles ed Irlanda è di per sé curioso e ha lasciato spazio a numerose analisi di natura tecnica, dato il valore del test match internazionale (terminato per la cronaca sul 5-34 per i canadesi). Quello che però si vuole analizzare è il fatto che, prima e dopo l’amichevole, la distanza tra Canada e Italia sia stata completamente annullata, sotto l’ala ristoratrice della birra, dei sorrisi e di canzoni dall’interpretazione francamente discutibile.

Il rugby dei ghiacci e il rugby del porto si sono così fusi in una commistione suggestiva e per certi versi naturale, come se giocare con persone che vivono una quotidianità sportiva antipodica fosse per entrambe le formazioni la cosa più naturale del mondo.

Chi ha giocato anche solo una volta a rugby sa quanto sia importante l’aspetto extra campo e conosce la sacralità di luoghi quali lo spogliatoio e la club house; tuttavia vedere che questo sport ha identità di vedute in tutto il mondo, anche in un paese lontano anni luce dal nostro, sportivamente ed eticamente parlando, è quantomeno singolare.

Il rugby è stato ieri canale di aggregazione, prima che strumento di diffusione sportiva e ci porta ad una riflessione finale: viva il rugby degli abbracci, della birra, dello scambio delle maglie e dei canti popolari. Viva il rugby delle botte in campo e dei sorrisi fuori, viva gli spalti pieni anche con la pioggia, ma soprattutto viva i canadesi che mangiano i piatti tipici italiani, alla faccia di chi pensa che il formalismo sia l’unica soluzione praticabile, l’unica attuabile.