In vista dell’audizione parlamentare sul disegno di legge di riforma dei porti, ritengo necessario esprimere con chiarezza la posizione di ANCIP su un tema che non può più essere rinviato: la tutela concreta del lavoro portuale, contesto speciale di imprese e di lavoratrici e lavoratori dei porti italiani.
Martedì andremo in Parlamento per ribadire, tra le altre cose, il ruolo strategico delle Autorità di Sistema Portuale. Proprio perché crediamo nell’importanza delle AdSP, anche come interfaccia operativa e regolatoria, riteniamo però altrettanto doveroso affermare che le stesse devono, tutte, esercitare fino in fondo le prerogative che il Legislatore, nel corso degli anni, ha messo a loro disposizione. Difendere il Lavoro portuale.
È arrivato il momento di superare una certa retorica. Tutti, soprattutto ultimamente, parlano della centralità del lavoro portuale, delle imprese, delle professionalità, della sicurezza, delle lavoratrici e dei lavoratori. Troppo spesso, però, la più grande risorsa, e vero asset strategico, della portualità nazionale resta l’ultima a essere realmente finanziata, programmata e sostenuta.
La fortuna e la grandezza di un porto non sono date soltanto dalle infrastrutture, pur fondamentali. Un porto vive e si sviluppa grazie al lavoro portuale: grazie alle imprese, alle maestranze, alle competenze e alla capacità quotidiana di garantire continuità operativa, sicurezza, efficienza e transito delle merci e dei passeggeri.
Senza imprese portuali che a vario titolo sono autorizzate e concessionarie ad operare nei porti, senza lavoratrici e lavoratori qualificati, non ci sono traffici, non ci sono operazioni e servizi, non ci sono entrate per le Autorità di Sistema Portuale e, conseguentemente, non ci sono neppure i “generosi” premi economici, per carità legittimi, legati al raggiungimento degli obiettivi dirigenziali. Ma, soprattutto, non c’è vera efficienza del sistema.
Per questo, consideriamo miope ogni impostazione che collochi il lavoro portuale dopo “altro”, quasi fosse una voce residuale. Quel “ben altro” non può continuare a venire sempre prima degli strumenti creati a supporto dell’asset principale. Mi riferisco a tutto ciò che il Legislatore, in questi anni, ha voluto creare e confermare a supporto del lavoro portuale, inteso sia dal versante delle imprese sia da quello delle maestranze. Dalla grande potenzialità e specialità giuridica dell’articolo 17, comma 15-bis, ai poteri del Presidente dell’AdSP, al Piano dell’Organico del Porto e, parallelamente, alle prorogate disposizioni di cui all’articolo 199 del decreto-legge n. 34 del 2020.
Sono strumenti speciali, che dovrebbero essere utilizzati con decisione dalle AdSP e che invece, salvo alcuni esempi virtuosi, ancora troppo pochi, non vengono valorizzati nella misura necessaria.
Il Fondo 15-bis, ad esempio, non riguarda soltanto le prerogative speciali dei soggetti autorizzati alla fornitura di lavoro portuale temporaneo (Compagnie portuali e Agenzie). Le sue potenzialità sono contestualizzate in una visione più ampia di tutela del lavoro portuale, anche con riferimento alle imprese di cui agli articoli 16 e 18 (confidando presto anche le sieg), attraverso interventi finalizzati alla formazione professionale, alla riqualificazione, alla riconversione e alla ricollocazione del personale interessato in altre mansioni o attività, sempre in ambito portuale. Allo stesso modo, le disposizioni dell’articolo 199 devono essere pienamente valorizzate anche per le imprese in appalto dei terminal.
Questa è la vera specialità del lavoro portuale: non una formula da richiamare nei documenti ufficiali o nei convegni, ma una leva concreta di politica portuale, industriale e occupazionale.
Ci sono realtà nelle quali queste disposizioni sono ormai imprescindibili. Penso, in particolare, ai porti di Brindisi e Civitavecchia, dove il fermo di fatto delle centrali a carbone ha prodotto conseguenze esiziali sulle imprese articolo 16 in appalto, sul lavoro temporaneo in somministrazione e, più in generale, su tutti gli operatori portuali.
Non possiamo accettare che crisi industriali di tale portata vengano affrontate senza utilizzare pienamente gli strumenti speciali previsti. La cosiddetta “riserva fredda” delle centrali non può diventare il simbolo di una transizione lasciata sulle spalle delle imprese e delle lavoratrici e lavoratori portuali. Servono interventi immediati, coordinati e coerenti con la salvaguardia della continuità aziendale, delle competenze professionali e dell’occupazione.
La stessa attenzione deve riguardare anche quei porti nei quali non risultano pienamente valorizzati gli strumenti derivanti dalle proroghe e dalle disposizioni collegate all’articolo 199 del decreto-legge n. 34 del 2020, con particolare riferimento a realtà come quella di Napoli/Salerno, ma assolutamente attivabili anche dalle stesse AdSP di Bari/Brindisi e Civitavecchia.
Le norme e gli strumenti speciali ci sono. Ora servono reale volontà amministrativa, responsabilità istituzionale e visione strategica.
Per questo rivolgo un rispettoso, ma altrettanto vigoroso, appello alle nuove governance delle Autorità di Sistema Portuale per l’attivazione immediatamente degli strumenti speciali previsti dalla legge, coinvolgendo al contempo il cluster portuale di sistema in progetti concreti di salvaguardia industriale, continuità aziendale, formazione, riqualificazione e tutela occupazionale.
ANCIP e le proprie imprese associate sono, e saranno sempre, a disposizione dei Presidenti e dei Segretari generali delle AdSP per collaborare, con spirito istituzionale e costruttivo, alla realizzazione di percorsi concreti a tutela del lavoro portuale.
Dott. Gaudenzio Parenti
Direttore generale
Associazione Nazionale Compagnie Imprese Portuali – ANCIP
