di LUCIO LUSSI
Andare oltre il concetto classico di pop. Questa l’idea alla base di Over The Pop, la mostra di Massimo Pasca al via domani 2 maggio alle 19 alla Nero Gallery, Pigneto, Roma.
L’artista salentino, classe 1974, dimostra una versatilità fuori dal comune: pittura, musica e parola, per uno show artistico che diventa spettacolo.
Qual è l’obiettivo? Continuare la ricerca “sul campo” per raggiungere la completezza artistica.
Pasca, cos’è Over the Pop?
E’ una mostra che contiene i miei lavori dell’ultimo anno. Over the Pop è un gioco di parole per dire di andare oltre il concetto classico di pop. Io lo faccio con i miei lavori che attraversano la storia dell’arte e raccontano storie molto particolari.
Sei un artista a tutto tondo. Quali sono le sfumature più forti del tuo percorso?
Non mi piace fare soltanto una cosa. Ho approfondito molto nel corso degli anni la presenza sul palco attraverso la scrittura e la parola. Ho alle spalle un’esperienza di dieci anni e 5 dischi con un gruppo musicale. Accanto alla musica, ovviamente, ci sono l’illustrazione e la pittura. Sono due mondi che si toccano, si amalgamano e regalano un mix artistico ideale.
Da dieci anni faccio anche i live painting, una dimensione intermedia tra il palco e lo studio: nel tuo studio di pittura sei solo mentre nel live painting si lavora sul palco come se si fosse in compagnia dei musicisti.
Insieme alla mostra, è previsto uno show di spoken word
Dopo l’esperienza del gruppo musicale, mi sono avvicinato allo spoken word che è un attraversamento di testi senza ritornelli. Si fa sul palco con la parola e spesso senza la musica. Ho partecipato a vari slam poetry nazionali. Si tratta di un’esperienza che coniuga parola e pittura. A Roma proverò a fare uno spoken word usando i quadri come dei fondali. Sarà la parola a descrivere il quadro. Le mie opere hanno un carattere molto fumettistico ma non è presente la parola. Preferisco usare la parola in un altro modo. Con lo spoken word, appunto.
Qual è il tuo legame artistico con Keith Haring?
Haring aveva fatto il suo ultimo murales a Pisa, nel 1989. Io mi sono iscritto alla Facoltà di Lettere e Filosofia, a Pisa, pochi anni dopo, nel 1994. E da quel momento sono sempre stato influenzato dalla attività e dalla figura di Keith Haring, al punto da proporre una tesi di laurea sulle sue opere al mio professore di Storia dell’Arte. Avevo sbagliato i tempi, però: il docente rifiutò la mia idea con la motivazione che Haring non era ancora un artista storicizzato.
Come tutti i maestri mi è rimasto negli occhi ed è rimasto fortemente nella mia arte.
Over the Pop va in scena al Pigneto. Negli ultimi periodi a Roma c’è una grande attenzione per la street art. La consideri una delle frontiere migliori dell’arte del nostro tempo?
Faccio una premessa: non mi sento uno street artist, perché di lavori all’esterno ne ho fatto pochissimi e risalgono al periodo in cui essere un street artist significava essere un writer e agire con lo spray. Io, già all’epoca, usavo il pennello. La mia radice è quella del muralismo messicano, la corrente di Diego Rivera, Fiqueros e Josè Guadalupe Posada. La street art mi piace molto e conosco molti street artist con i quali mi confronto spesso, ma nelle mie opere mi piace mettere un significato ironico o comunque un significato che abbia più sfaccettature per far intendere quello che sto facendo. L’impatto delle immagini può far pensare alla street art, ma riguarda soltanto il processo iconografico, piuttosto che l’aderenza ad un movimento.
Detto questo, penso che la street art sia davvero la voce reale del nostro tempo. E’ un tipo di cultura che ha a che fare con il rap e quindi permette di ritornare al significato originario della parola.
Rap, writing, spoken word. Hai vissuto gli anni d’oro del Rap, quelli di Sangue Misto e delle Posse. In che modo questa cultura si è evoluta negli ultimi 20 anni?
Ai tempi di Sangue Misto, nel 1995, avevo anch’io la mia prima posse a Pisa. C’è stata evoluzione nel senso che è stata percorsa la strada della commercializzazione, in modo da portare il rap a molte più persone. Oggi, del resto, è più facile trovare in classifica artisti rap.
Nel corso del mio percorso artistico di crescita, ho aderito principalmente al reggae, partecipando anche a numerosi festival. Il rap, però, ha avuto sempre una maggiore diffusione. Del resto, mentre chi ascolta reggae è più legato ad un certo genere di cultura, chi ascolta rap finisce per ascoltare anche tante altre cose.
A che punto sei della tua carriera di artista?
E’ una domanda che non mi pongo. Ho delle regole etiche precise: la mia arte deve funzionare in una certa maniera e non deve mai compiere passi più lunghi della gamba. Non ho obiettivi precisi e non credo che l’arte debba farmi sopravvivere. La mia preoccupazione principale è quella della ricerca: continuo a lavorare con l’astratto, con l’arte informale, sul modello dello stile francese. La carriera è qualcosa di particolare, qualcosa che la gente conosce perché vuoi farla conoscere, e poi esistono tante altre cose che un artista tiene per sé e non intende far conoscere agli altri. Il mio vero obiettivo è caratterizzato dalla completezza artistica, per come la intendo io”.
OVER THE POP, DAL 2 MAGGIO ALLA NERO GALLERY DI ROMA LA PRIMA PERSONALE CAPITOLINA DI MASSIMO PASCA
La mostra è organizzata con la collaborazione di Terzo Binario.

