Nostàlghia, uno spettacolo sulle badanti, l'autrice Bellei: "Apre file nella testa, pensieri inediti" • Terzo Binario News

Nostàlghia, uno spettacolo sulle badanti, l’autrice Bellei: “Apre file nella testa, pensieri inediti”

Apr 22, 2013 | Cultura, Senza categoria

bellei1Nell’ambito del progetto “(S)oggetti Migranti” in mostra al Museo Nazionale Etnologico “Luigi Pigorini” è stato presentato dall’Associazione Interculturando Roma lo spettacolo “Nostàlghia. Memorie, malinconie e speranze delle donne dell’Est”. Si tratta di una lettura scenica di storie di donne migranti che vivono sospese tra due mondi: il proprio Paese che hanno dovuto lasciare per motivi vari e l’Italia dove svolgono un lavoro duro ed emotivamente intenso come quello della cura degli anziani. Donne giovani o non più giovani, spesso in possesso di una laurea, che aiutano le famiglie italiane a vivere meglio e che di frequente chiudono il loro rapporto di lavoro con un lutto. Il “fil rouge” che lega queste storie è il sentimento di nostalgia che accomuna tutte le protagoniste di questi racconti. Abbiamo intervistato l’autrice, la giornalista e scrittrice modenese Elena Bellei, presente all’evento.

Come nasce l’idea di questo spettacolo?

I cinque racconti che compongono la performance fanno parte di un libro, “Tutte le forme che può prendere l’amore”, una raccolta di racconti con le immagini di Andrea Capucci, un artista modenese. Questa lettura che abbiamo messo in scena al Museo Pigorini è una parte del libro, fatta di schegge, frammenti di vita di donne straniere. La trasposizione scenica poi l’ha sostenuta il Centro Stranieri del Comune di Modena.

I temi che emergono sono il lavoro di cura delle donne che assistono gli anziani, la loro nostalgia, il denaro, i sensi di colpa per la lontananza, il rapporto coll’assistito. Scritto circa una decina di anni fa, il testo è stato pensato per essere messo in scena dalle stesse badanti, che si sono improvvisate lettrici. È stato portato in giro in diverse occasioni in Emilia, e ha sempre suscitato una certa curiosità e un buon successo. Il pubblico ha sentito l’autenticità delle storie perché erano le loro storie. Di solito, dopo la rappresentazione, il pubblico si avvicina, vuole approfondire il tema perché tanti rimangono toccati. E’ un tema, quello delle badanti, su cui noi italiani non abbiamo aperto bene gli occhi, come del resto su tante altre questioni che riguardano la vita dei migranti. Puoi avere di fianco sul posto di lavoro un giovane africano salvato da un barcone andato a fondo, un curdo perseguitato nel suo paese, scappato nascosto in un camion, o una giovane pakistana che rischia di pagare cara la sua libertà, e tu non lo sai, non conosci le loro storie.

Queste performance che portiamo in giro sono abbastanza toccanti e la gente dopo si fa delle domande. Apre dei file nella testa, delle finestre, pensieri inediti. Mi ricordo che una volta, un parroco che a Modena lavora molto con le badanti dell’Est mi hanno chiesto: come hai fatto a capire il sentimento ambivalente d’ amore e odio che lega questa donna al vecchio che accudisce? Gli ho detto che sono stata a sentire. Insomma per rispondere alla tua domanda abbiamo scritto e portato questo spettacolo per accendere una luce su questo fenomeno.

elena bellei

Quindi questi racconti sono ispirati a storie realmente accadute?

Invento poco, di solito parto dalle interviste. Anche se si tende ad edulcorare, a trasporre in poesia, a inserire elementi di fantasia, normalmente è la realtà. Racconto le esperienze, i ricordi e le speranze di donne che ho conosciuto e intervistato. Per esempio Barbara, una laurea in ingegneria, ex capo cantiere nel suo Paese, partita perché la Polonia attraversava un periodo di grande difficoltà economica. Da 25 anni vive in Italia dove ha fatto un sacco lavori: badante, mediatrice, cameriera, camionista. Nel primo racconto “La fortuna”, la protagonista si rivolge a un “esperto di denaro” per chiedere consigli su come investire i soldi e si sente rispondere: ”sì, non sono una fortuna”.  Se pensi, si è sempre detto dei migranti, anche degli italiani che andavano in America, che emigrano in cerca di fortuna. La protagonista quindi s’interroga sul significato della parola fortuna e riflette sul denaro che arriva tardivamente nella sua vita. Si ricorda il tempo quando non avevano più niente, del bambino che si è ammalato per il freddo in un villaggio sperduto della Polonia, dice “sarebbe bastato un cappotto”. Allora pensa che la fortuna poteva essere una coperta, un cappotto e fa una riflessione sul denaro che arriva quando sono già successe tante cose. Un altro racconto vero è quello della lettera che una delle protagoniste scrive al padre al tempo della dittatura, dovendo utilizzare una forma di scrittura che rispettava un codice segreto perché all’epoca c’era un controllo totale; ogni tre parole utilizzava una parola che serviva per la lettera, le altre erano parole insignificanti.

Quale vorrebbe essere il messaggio di questo spettacolo?

Non interessa tanto il motivo sociale che ha dato vita a questo fenomeno quanto le storie di queste donne che aiutano a vivere meglio le nostre famiglie e le loro famiglie, che vivono lontane dai loro affetti, anche con il peso delle aspettative che la famiglia mette sulle loro spalle. Sentono telefonicamente la famiglia, vivono da lontano la nascita di un nipote, un lutto familiare.

L’idea era anche di mettere in chiave poetica il rapporto con il vecchio, l’affetto che si crea con una persona che conosci da poco, un legame che spesso finisce con un lutto, perché l’assistito non c’è più, e che segna anche la fine del contratto di lavoro. Mi sembrava un mondo che meritava di essere raccontato. Queste storie sono una riflessione su questo lavoro complesso e coinvolgente, e un omaggio alle donne migranti che hanno lasciato i loro vecchi per curare i nostri. Alla ricerca di nuove opportunità queste donne vivono in Italia con il timore costante di perdere il lavoro e con quello anche il permesso di soggiorno.