Senza impresa non c’è Italia. Riprendiamoci il futuro”. Gli imprenditori dell’area di Civitavecchia rispondono all’appello di Rete Imprese Italia, il soggetto unitario di rappresentanza delle maggiori associazioni dell’artigianato, dei servizi e del turismo, per una grande manifestazione a Roma, in piazza del Popolo, martedì 18 febbraio. Numerose le adesioni già raccolte dalla CNA, che, per facilitare la partecipazione, ha messo a disposizione, gratuitamente, dei pullman, con partenza da Civitavecchia e Ladispoli.
“In tanti hanno deciso di chiudere le attività per non mancare a un appuntamento che possiamo definire storico, perché gli artigiani tornano in piazza dopo ben 22 anni e per la prima volta manifestano insieme con i commercianti -dice Alessio Gismondi, presidente della sede territoriale della CNA e vicepresidente della CNA di Viterbo e Civitavecchia-. Questa mobilitazione conferma il profondo disagio delle nostre imprese, fiaccate dalla crisi, e la volontà di far arrivare al governo e al Parlamento la voce di chi rappresenta la forza trainante dell’economia ma, per continuare ad andare avanti, ha bisogno immediatamente di fatti concreti”.
Questa mattina, a livello nazionale, sono state presentate le proposte al centro dell’iniziativa del 18. “Si cambi l’approccio che ha guidato finora le scelte di politica economica. Basta con l’austerità, vanno rilanciati consumi e investimenti”, è il messaggio di Rete Imprese Italia, che, in un documento, indica, punto per punto, ciò che serve per ripartire: riformare gli assetti istituzionali e garantire la governabilità; ridurre la pressione fiscale, ponendo mano a una serie di interventi, che vanno dalla riduzione delle aliquote Irpef alla eliminazione dell’Imu per gli immobili strumentali dell’attività d’impresa, fino alla revisione della Tari e alla rivisitazione della Tasi; ridurre il costo del lavoro e sostenere le nuove assunzioni per uscire dall’emergenza occupazionale; facilitare l’accesso al credito attraverso il rafforzamento dei Confidi e non escludendo l’incentivazione delle fonti alternative al canale bancario; realizzare una efficace azione di semplificazione; tornare alla legalità, con meccanismi premianti per chi denuncia l’illegalità e un sistema giudiziario civile più efficiente; innovare il sistema dei trasporti e della logistica; ridurre i costi energetici per le piccole e medie imprese; superare il Sistri. E investire, finalmente, sulla competitività del Paese, puntando sul turismo come uno dei principali volani per la crescita, specie se collegato con le aziende del Made in Italy, e dedicando a queste ultime servizi finanziari ed assicurativi che ne agevolino la presenza in un contesto internazionale.
Si tratta di un pacchetto di proposte molto articolato. “Non serve un semplice aggiustamento nell’attuale politica economica. Le imprese attendono un complesso di interventi rapidamente attuabili e capaci di liberare le potenzialità del nostro tessuto produttivo, per aiutarlo a guardare al futuro”, osserva Gismondi.
Le micro, piccole e medie imprese italiane presenti nei settori del commercio, del turismo, dei servizi di mercato, del manifatturiero e delle costruzioni sono oltre 4 milioni e impiegano 14 milioni di addetti, di cui 9 milioni sono dipendenti: un sistema che garantisce il 10,2 per cento dell’occupazione europea e genera in Italia il 69 per cento del fatturato. Il nostro Paese è anche, in Europa, quello con il maggior numero di aziende di piccola dimensione proiettate oltre i confini nazionali (21,2 per cento).
Eppure nel 2013 hanno chiuso i battenti 1.000 imprese al giorno (3 su quattro erano ditte individuali), con l’artigianato che ha registrato un saldo anagrafico particolarmente negativo. Il reddito individuale da lavoro indipendente è diminuito del 10 per cento in un biennio. I fallimenti e i concordati sono aumentati del 12 per cento solo nel primo semestre dello scorso anno.
Ma come si fa a resistere? La pressione fiscale legale, ovvero su ogni euro di Pil dichiarato, si aggira attorno al 54 per cento e l’incidenza della tassazione sui profitti è schizzata al 66 per cento, 20 punti in più rispetto alla media europea. La spesa pubblica pesa per il 53 per cento della ricchezza prodotta dal Paese e il peso del debito pubblico sul Pil è arrivato a superare il 130 per cento. La burocrazia costa, a ciascuna azienda, 7.091 euro l’anno ed è sempre più soffocante, tanto da far attestare l’Italia al 25° posto tra i Paesi dell’Unione Europea per la facilità di fare impresa (classifica della Banca Europea). I finanziamenti bancari sono in costante diminuzione. E le leggi per le imprese vengono puntualmente disattese.
“Il 2014 deve essere l’anno della svolta. Non si può parlare di ripresa quando, come fa l’Istat, in una situazione così drammatica per le imprese e per le famiglie, in presenza di una disoccupazione giovanile oltre il 40 per cento, si indica per il 2014 un incremento dello 0,7 per cento per il Pil e dello 0,2 per i consumi”, sottolinea il presidente della CNA.
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