(da Repubblica Roma) Il coltello non si trova. E chissà se mai si troverà. A quasi un mese dal femminicidio di Federica Torzullo, uccisa dal marito Claudio Carlomagno ad Anguillara, l’arma del delitto resta un mistero.
L’uomo, detenuto nel carcere di Civitavecchia, aveva raccontato di aver gettato il coltello in un torrente che attraversa la via Braccianense, all’altezza di Osteria Nuova. Ma le ricerche condotte dai carabinieri del nucleo investigativo di Ostia non hanno finora portato ad alcun risultato. La zona è circoscritta e il corso d’acqua è poco profondo: difficile immaginare che l’arma possa essere stata trascinata via dalla corrente. Da qui il sospetto, più volte espresso dal procuratore capo di Civitavecchia Alberto Liguori, che Carlomagno non abbia detto tutta la verità.
Il coltello non si trova. E chissà se mai si troverà. A quasi un mese dal femminicidio di Federica Torzullo, uccisa dal marito Claudio Carlomagno ad Anguillara, l’arma del delitto resta un mistero.
L’uomo, detenuto nel carcere di Civitavecchia, aveva raccontato di aver gettato il coltello in un torrente che attraversa la via Braccianense, all’altezza di Osteria Nuova. Ma le ricerche condotte dai carabinieri del nucleo investigativo di Ostia non hanno finora portato ad alcun risultato. La zona è circoscritta e il corso d’acqua è poco profondo: difficile immaginare che l’arma possa essere stata trascinata via dalla corrente. Da qui il sospetto, più volte espresso dal procuratore capo di Civitavecchia Alberto Liguori, che Carlomagno non abbia detto tutta la verità.
Le incongruenze
Le incongruenze nel racconto sono numerose. È poco credibile, secondo gli investigatori, che l’uomo abbia gettato il coltello mentre era in auto: dal lato della guida alla sponda del ponticello la distanza è di almeno due metri, con il concreto rischio di mancare l’obiettivo. Per questo non si esclude che si tratti dell’ennesimo depistaggio, in una strategia che fin dall’inizio avrebbe mirato a disorientare chi indagava.
I tentativi di depistaggio iniziano la mattina del 9 gennaio. Dopo aver ucciso la moglie, Carlomagno prende il telefono della donna e inizia a chattare con la suocera, fingendo che Federica sia ancora viva. Poche ore dopo si presenta ai carabinieri insieme ai familiari della vittima per sporgere denuncia di scomparsa. Il suo racconto appare però subito inverosimile: parla di un rapporto “fra alti e bassi”, mentre in realtà la relazione era finita e la coppia stava per separarsi. Esisteva già un accordo di massima per la gestione del figlio di 10 anni.
Nei giorni successivi Carlomagno continua a mentire, sia ai genitori – Pasquale Carlomagno e Maria Messenio, che poi si sono tolti la vita – sia agli inquirenti. Poi il silenzio. Il 18 gennaio i carabinieri ritrovano il corpo di Federica Torzullo, sepolto sotto terra nell’azienda di famiglia dell’uomo. Solo tre giorni dopo, una volta trasferito in carcere, il 44enne confessa ciò che ormai è evidente: il femminicidio e l’occultamento del cadavere.
Restano però numerose zone d’ombra, come ha sottolineato il procuratore Liguori. La giustificazione fornita dall’uomo – “Voleva portarmi via mio figlio” – viene definita surreale. Non tornano gli orari e sullo sfondo resta anche l’ipotesi di un complice. Soprattutto, manca ancora l’arma del delitto: un dettaglio che impedisce il rilascio del nulla osta ai funerali di Federica Torzullo.
Al momento è difficile contestare la premeditazione. Il femminicidio avvenuto in casa, la sepoltura del corpo nell’azienda di famiglia e il successivo viaggio a Prima Porta per recuperare le chiavi dell’escavatore sembrano piuttosto indicare uno stato di confusione, più che l’esistenza di un piano definito.
