Riceviamo aggiornamenti dal Partito di Rifondazione Comunista, riguardanti la situazione lavorativa, le condizioni del personale e della sicurezza all’interno della Centrale di TVSud di Civitavecchia.
“Sentiamo la necessità di riportare l’attenzione su di una situazione che, ormai da alcuni mesi, non sembra essere più oggetto di dibattito politico-amministrativo, nonostante interessi una realtà lavorativa e produttiva che, almeno fino a qualche tempo fa, occupava centinaia di civitavecchiesi.
Facciamo riferimento nella fattispecie alla società Tirreno Power e alla centrale termoelettrica di Torrevaldaliga Sud. La società elettrica, che lamenta un periodo di stagnazione dei mercati strettamente legato ai costi di produzione e al calo di domanda dovuto alla congiuntura economica, nonché al sequestro dei due gruppi a carbone della centrale di Vado Ligure, ha applicato tra il luglio e l’ottobre del 2014 una serie di strumenti ed ammortizzatori sociali atti a superare questo periodo di crisi senza ripercussioni “traumatiche” (a suo dire) a scapito del personale che, che sempre a detta della Tirreno Power, sembrerebbe il problema maggiore e insostenibile per i suoi costi, tanto da voler inizialmente dimezzare la sua popolazione aziendale a livello nazionale.
Questa ipotesi, seriamente considerata per i primi mesi del 2014 fino al punto di richiedere la mobilità al Ministero dello Sviluppo Economico per circa 300 persone, è stata poi scongiurata da una serie di accordi sindacali ed interministeriali che si promettevano di adottare soluzioni indolore per i lavoratori.
Ebbene, la situazione di inottemperanza delle normative ambientali che ha portato al fermo di Vado Ligure non ha nulla a che vedere coi lavoratori in termini di responsabilità, e che l’impianto TVS di Civitavecchia è oggettivamente quello che paga il prezzo più alto in termini di sacrifici dei suoi dipendenti (sebbene gli impianti eserciscano , anche poche ore, ma quotidianamente) vogliamo portare alla luce alcune considerazioni che riguardano questo sito, il suo personale ed il suo indotto.
Premesso che circa 33 persone a TVS hanno aderito alla mobilità volontaria (che non è stato un “prepensionamento”, ma de facto un licenziamento volontario con un incentivo irrisorio), in base all’esito di tale accordo concluso positivamente, la società garantiva soluzioni indolori per il personale rimasto in azienda, scongiurando l’ipotesi della cassa integrazione, che ha invece lasciato il posto all’applicazione dei “contratti di solidarietà”.
Il contratto di solidarietà, che prevede – lo ricordiamo – la riduzione percentuali dell’orario di lavoro e, parzialmente, la riduzione del salario con integrazione a carico dell’INPS in modo da diminuire i costi del personale, stando agli accordi sindacali siglati, non doveva minimamente intaccare l’organizzazione del personale, la qualità del lavoro, la sicurezza sul luogo di lavoro, le mansioni e la stabilità delle risorse impiegate. Almeno per i due anni in cui vige tale accordo.
E’ invece evidente che tale “solidarietà” (senza voler insistere sull’uso ambiguo che si fa della parola in oggetto), predisponendo una riduzione di orario, necessiti – secondo l’azienda – di una riorganizzazione del lavoro nel sito di TVS, applicando quindi, in maniera forzosa e unilaterale, tutte quelle soluzioni (tutt’altro che “non traumatiche”) che le organizzazioni sindacali avevano fermamente rigettato e facendo passare in sordina l’applicazione di tutte le ipotesi rigettate dalle OOSS.
Quindi vediamo essere fortemente ridimensionato il personale in turno, con bassissima presenza di organico (soprattutto nelle ore notturne) certamente a scapito della sicurezza. Una riduzione (anche a causa delle adesioni alla mobilità volontaria) del personale di manutenzione che rimane in azienda, che viene parzialmente riorganizzato e ridefinito sempre unilateralmente. Un aumento delle attività dovuto alla riduzione di organico, fronteggiato aumentando i carichi di lavoro senza discutere coi Sindacati mansioni e modalità.
Un ridimensionamento del personale di ditte terze che, in base agli accordi pregressi, non doveva subire conseguenze e che invece oggi si viene a trovarsi in difficoltà. Come ad esempio la portineria notturna che sparisce o la mensa che applica la cassa integrazione , la ditta di pulizie che rischia la perdita di appalti ed ore di lavoro a causa delle riduzioni di organico.
Ci si chiede legittimamente se questi sacrifici imposti ai lavoratori con la rassicurazione che avrebbero scongiurato soluzioni traumatiche, abbiano avuto l’esito sperato e se, a fronte del prezzo che i lavoratori pagano (in termini monetari ed occupazionali) si possa sperare in un qualche futuro produttivo e lavorativo in questa azienda a cui il territorio di Civitavecchia ha dato, volente o nolente, tantissimo, e da cui riceve sempre meno.
Insomma, chi deve pagare la “crisi” lamentata dall’azionariato? Chi sopperirà ai loro “mancati guadagni”? Ricordiamolo: parlare di “crisi” per una famiglia è ben diverso che parlare della crisi di chi fattura milione più o milione

