Il caldo fa brutti scherzi,soprattutto a chi ha superato gli anta. L’alzataccia mattutina è divenuta oramai “regola”. In attesa che il bar e l’edicola alzino la serranda vago nella piscina d’asfalto della piazza-parcheggio. Fino a pochi mesi fa la mattina era ancora quella “dell’oro in bocca”. Animata dal numeroso gruppone di rumeni a ridosso del PIT,dal ritorno a casa di giovanissimi cervetrani mezzi assonnati per le ore spese nelle sale da ballo e nei luoghi di ritrovo della Capitale,e da ragazze in attesa della prima corsa verso l’Aurelia per accudire anziani, fare pulizie, impiegarsi in uffici pubblici e privati. Una coppia, da tempo sempre la stessa, che a passo veloce, controllava nei cestini e nei cassonetti ricercando qualcosa di rispendibile.
“Folklore paesano”, così come la presenza di quello che per un lungo periodo è stato l’unico clochard del paese. Oggi i rumeni sono quasi desaparecidos, tranne una pattuglia di ostinati che sempre più ammutoliti, sperano ancora in una chiamata. Dei giovanotti di ritorno dallo sballo manco la puzza. In compenso sono visibilmente aumentati gli operai edili nostrani che in fretta fretta, salgono sui pulmini per raggiungere lavori sempre più lontani, ed in modo esponenziale è aumentato il numero delle persone che rovistano nei cassonetti, nei cestini per la “monnezza”, negli angoli più nascosti in cui si spera di “trovare “ resti di altri umani più fortunati. Altri, che ricordando un giovane Dustin Hoffman, controllano se qualche “incosciente” o distratto, abbia lasciato venti centesimi nel “cassettino” del telefono pubblico.
Ne ho notati parecchi di uomini e donne, piegate come cavallette, nei cassonetti sbilenchi e zozzi dislocati lungo il paese. Il fenomeno ovviamente è molto diffuso nelle grandi e medie città. Sono in molti oramai quelli a cui la crisi ha spezzato le gambe che hanno dovuto ripiegare sul lavoro del “rovistare”. Cronaca di ieri l’intervista riportata da un quotidiano nazionale a Pino, cinquantaquattrenne romano, un anno fa lavorava in un negozio di generi alimentari, poi tutto è andato in malora e lui si è trovato sulla strada. L’unica chance per non morire di fame era sfruttare gli scarti degli altri. “Non mi fa piacere, mi sono adattato”, la filosofia. Non è il solo.
Sono tanti, perfino “troppi”, avverte Pino. “Devo svegliarmi ogni mattina alle cinque per arrivare primo ed evitare che si rubino tutto. Nella spazzatura trovo dai rasoi elettrici ai giocattoli per bambini, oggi ho recuperato sei dvd e li ho rivenduti a sei euro: che m’importa del prezzo, basta che guadagno un piatto di pasta”. Un esercito d’invisibili che vive grazie agli scarti del mondo, spesso rivendendoli e alimenta un fenomeno prima appannaggio dei Rom ma ora sempre più diffuso tra gli italiani. Sul banco degli imputati la crisi. Secondo i numeri diffusi il 17 luglio scorso dall’Istituto nazionale di Ricerca statistica (ISTAT) nel 2012 sono nove milioni e 563 mila gli italiani in povertà relativa e 4,8 milioni in povertà assoluta. Con un balzo, rispetto al 2011, dall’11,1 al 12, 7 per cento e dal 5,2 al 6,8 per cento. Commenta don Francesco Soddu, direttore della Caritas: “Una crisi che non lascia scampo. I dati evidenziano l’estensione dei fenomeni d’impoverimento ad ampi settori di popolazione”. Povertà che ha contribuito alla crescita dei “rovistatori”. A ogni ora del giorno e della notte, cercano di tutto.
“Negli ultimi anni c’è stato un aumento d’italiani ma protagonisti del fenomeno sono ancora i migranti, soprattutto Rom”, dice Aleramo Virgili, vicepresidente della Rete di sostegno ai mercatini Roma che si è schierata contro la criminalizzazione degli operatori del riuso: “Non più solo d’origine korakanè, come alle origini, anche rumeni, bosniaci e montenegrini. Su una popolazione Rom complessiva di 213 mila presenze in Italia, per i dati Istat aggiornati al primo gennaio 2009, almeno il 10 per cento è impegnato in attività di recupero e commercio di oggetti e beni usati”. Dai bidoni si “saccheggia” soprattutto per rivendere: un’industria del riciclo che smuove milioni. Per l’indagine del Centro di ricerca economico e sociale Occhio del riciclone, nei cassonetti indifferenziati romani si trovano ogni anno 32 milioni 958 mila e 770 beni che possono essere riutilizzati.
Con un valore approssimativo di circa un euro ciascuno. Un flusso di merci e soldi che nella Capitale alimenta duemila e trecento micro imprese dell’usato e coinvolge circa quattro mila persone. Spiega Gianfranco Bongiovanni del Centro di ricerca: “Nessuno nega che ci siano delle fondamentali questioni sanitarie da risolvere, ma non bisogna demonizzare tout court. Grazie all’attività dei ‘raccoglitori informali’, ogni anno milioni di beni sono sottratti al flusso di rifiuti destinati allo smaltimento. Con benefici ambientali ed economici. Per non parlare della funzione d’inclusione sociale e del fatto che, in tempi di crisi, il mercato dell’usato non è più così malvisto, e ci sono esperienze positive come quella del mercato Balon a Torino”
Non a caso il riutilizzo di beni attraverso la selezione dei rifiuti sono temi centrali delle politiche comunitarie,che in molti casi,hanno finanziato l’istituzione di isole ecologiche attrezzate dove la pratica del riuso,della doppia vita delle cose,non ha solamente permesso la regolarizzazione ai “rovistatori”, ma anche dato serie opportunità di lavoro a cooperative organizzate che selezionano, riaggiustano, rimettono in circolo il bene stesso.
Mi auguro che chi amministra Cerveteri e Ladispoli mal amministrando da sempre i rifiuti, venga improvvisamente colpito da fulmine di saggezza e trovi la forza, non ce ne vuole molta, di istituire un centro di raccolta degli oggetti riciclati e riutilizzabili. Ci sarebbe maggiore pulizia, meno degrado urbano, minori costi, minori rifiuti e nuove opportunità di lavoro. Non occorre Vonbraun per capirlo!
