Sui social Carmelo Abbate, di Quarto Grado, torna sul caso per spiegare lo sdegno per la sentenza d’appello del caso Vannini. Una sentenza che secondo molti allontana i cittadini dalla giustizia anche in virtù del comportamento del giudice. Una giustizia che è sembrata accanirsi contro le vittime al punto da far intervenire anche il ministro della Giustizia Bonafede che ha criticato l’atteggiamento di minaccia del giudice. Di seguito il commento di Carmelo Abbate.
Gli ha sparato, ha lasciato che crepasse, non ha neppure chiamato i genitori per avvisarli che il figlio stava male e urlava come un disperato. Lo ha infilato dentro una ambulanza dove non è salita nemmeno la sua fidanzata, e lo ha mandato a morire da solo, come un figlio di nessuno.
Marco Vannini aveva vent’anni, era un bel ragazzo, solare, pulito, educato: un ragazzo perbene. Chi gli ha sparato e lo ha lasciato crepare, ha detto una marea di fesserie: agli infermieri, perfino al pubblico ministero durante l’interrogatorio. Eppure non lo hanno arrestato. Al processo, la giustizia ha ritenuto di condannarlo a 5 anni di carcere. Una pena capitale, ma per i genitori di Marco Vannini.
C’è un tempo per ogni cosa nella vita, per assumersi la responsabilità delle proprie azioni, per pagare il conto delle proprie azioni. Anche per perdonare.
Qui c’è di mezzo la morte di un ragazzo di vent’anni, fra l’altro in un contesto impataccato e bisunto. E allora cari intellettuali con la puzza sotto il naso, cari principi del foro, giudici, magistrati, avvocati che fate finta di battagliare in aula e poi siedete allo stesso tavolo, ed esercitate una giustizia che il cittadino sente sempre più distante e ostile; fate un bel bagno di umiltà, se siete capaci.
Solo voi, principi del cavillo, solo voi che avete la mente obnubilata dalle chiacchiere e dai giochi di potere, non riuscite a capire che la vostra giustizia, quella che avete spogliato del più elementare senso di umanità, fa sempre più a cazzotti con il più alto sentimento di giustizia sostanziale.
Colpito in pieno volto, il cittadino, nudo e inerme al vostro cospetto, che cosa può fare se non urlare, manifestare la propria rabbia e delusione e così facendo consegnarsi a voi per una passeggiata a Perugia?
Ripeto, c’è un tempo per ogni cosa nella vita. E cinque anni, solo la metà dei quali passati in carcere, per un uomo che ha sparato e ha lasciato crepare un ragazzo di vent’anni, sono un tempo insufficiente perfino per rendersi conto della portata delle proprie azioni.
Chiamatela pure giustizia, se vi pare, ma non in nome del popolo italiano.
