La sentenza Ruby e il Bipensiero berlusconiano • Terzo Binario News

La sentenza Ruby e il Bipensiero berlusconiano

Giu 25, 2013 | Cerveteri, Civitavecchia, Fiumicino, Ladispoli, Politica

Sentenza politica, fumus persecutionis, uso politico della giustizia, castello accusatorio sul nulla cosmico, malagiustizia, persecuzione giudiziaria, governo delle toghe. Questo è solo un breve elenco dei termini della “neolingua” dei berluscones. Se già da anni tali espressioni costituiscono il dizionario comune dei sodali del Cavaliere, ogniqualvolta siano costretti a pronunciarsi su questioni inerenti la giustizia, nelle ultime ore, dopo la condanna del capo a 7 anni di carcere e all’interdizione in perpetuo dai pubblici uffici, vengono pronunciate addirittura a ripetizione; le parole “giudici” e “sentenza” affiancate a “politicizzati” e “politica” sono intonate a mo’ di mantra del Bipensiero berlusconiano.

Quest’ultimo è roba da scienziati, materia per menti raffinatissime potremmo dire, ma non lo diciamo, a scanso di equivoci. Orwell nel suo capolavoro 1984 definisce “doublethink” (Bipensiero) il meccanismo attraverso il quale “Dimenticare tutto quello che era necessario dimenticare, e quindi richiamarlo alla memoria nel momento in cui sarebbe stato necessario, e quindi dimenticarlo da capo: e soprattutto applicare lo stesso processo al processo stesso.

Questa era l’ultima raffinatezza: assumere coscientemente l’incoscienza, e quindi da capo, divenire inconscio dell’azione ipnotica or ora compiuta.”  Ma nel corso del tempo la tecnica è stata giustamente rivisitata in una chiave nuova, più moderna, meno totalitaria, più festosa potremmo dire, ma sempre poco divertente, come una barzelletta (di B. magari) che inizia dalla fine. Funziona così. Si parte da un dogma lampante, incontestabile e indimostrabile al contempo, corollario su cui tutto si regge, che riporteremo nella versione di uno dei suoi più alti- o meglio- autorevoli teorici, Renato Brunetta : “Silvio Berlusconi è un povero perseguitato”.

Come i lettori potranno intuire il sistema è semplice: basta utilizzare alla stregua di una premessa ciò che andrebbe dimostrato, assumendolo come vero e incontrovertibile. Per renderlo fino in fondo attendibile quel che manca, a questo punto, è il sigillo che solo il consenso popolare può imprimere. In che modo ottenerlo? Questo non è cambiato dai tempi di Orwell e il Grande Fratello: basta ripetere. Ad ogni occasione, in qualsiasi luogo e a qualunque orario, sempre e con sicurezza cieca. Non importa di che si parla e in quale contesto. Dalla D’Urso, da Floris, da Vespa, da Santoro, questione di allestimento scenico, ciò che conta è la quantità di volte in cui viene appioppata all’inerme cittadino-consumatore-telespettatore. “Silvio Berlusconi= perseguitato”.

E il primo scoglio è superato. Qui inizia il bello. Una volta lasciata sedimentare e germinare la conclusione del ragionamento, con metodo svizzero e passionalità arcorese, non resta che svolgere le argomentazioni a supporto nel modo più confusionario e asistematico possibile. Vale tutto, persino citare per relationem concetti e principi scomodi per invertirne il senso, riscrivendone il significato, prima che li utilizzino gli avversari.

Facciamo un esempio. Lo stesso Brunetta, a commento della sentenza della quarta sezione del Tribunale di Milano, si è espresso definendo quello dei giudici come “un atto eversivo del principio di legalità”. In termini giuridici il principio di legalità contiene una serie innumerevole di implicazioni e corollari, che non è possibile, né opportuno trattare in questa sede; ma in soldoni si può riassumere nella regola della sottoposizione dei pubblici poteri alla legge. Considerando che uno dei reati ascritti a B. è la concussione, consistente proprio in uno sviamento dal legittimo uso del potere da parte del pubblico ufficiale, potrebbe sembrare che Brunetta si stia dando la zappa sui piedi, se non fosse che sta proprio lì la tattica dei compagni di merende di Silvio.

Ce lo conferma poco dopo la Santanché, quando rimprovera i tre giudici del Tribunale di Milano di essere “donne che usano le donne per una sentenza politica”, quasi a voler suggerire che i giudici di sesso femminile non debbano essere “soggetti solo alla legge” come recita l’art. 101 della Costituzione, bensì alla legge e alla solidarietà femminile. Va ringraziata per i chiarimenti. Noi, pensate un po’, avevamo capito che nella vicenda Ruby ad usare le donne fosse stato qualcun altro.