Dice che è andato a letto cinque minuti dopo gli altri, per avere cinque minuti in più da raccontare. Dieci anni fa, il 30 marzo 2013, moriva Franco Califano. Scanzonato, genio, autore, compositore, poeta, ha sfidato anche la morte: nell’epitaffio che si può leggere nel cimitero di Ardea, dove è sepolto il Califfo, c’è scritto “non escludo il ritorno”.
In carriera ha pubblicato 32 album, ha venduto oltre 20 milioni di dischi, ha collaborato con artisti del calibro di Renato Zero, Ornella Vanoni, Mia Martini, Patty Pravo. “Se voglio un corpo e un po’ d’affetto faccio un giro, cerco un letto e una donna che ci sta” canta ne “La mia libertà” che poi, alla fine, era proprio la sua libertà. Perché diceva quello che pensava. Un anticonformista vero, non come tante macchiette d’oggi, che gravitano fuori dagli schemi per moda, non per altro.
A Borbona, in provincia di Rieti, gli è stata dedicata una piazza. Ha amato, è stato amato, adorato e anche imitato (vedere il comico Gianfranco Butinar è uno spasso). Questo è stato, è – e sarà – Franco Califano, che in un’intervista del 2012 al Secolo XIX ha raccontato di essere nato per caso a Tripoli “ci passava l’aereo” e che non conquistava ma si lasciava conquistare (“non facevo nessuna fatica”), fedele in un certo modo a una massima dell’avvocato Gianni Agnelli, ovvero: c’è chi parla di donne e chi parla con le donne.
Andare avanti, se vogliamo, è inutile. In fondo, si sa: tutto il resto è noia.
