Finita l'emergenza umanitaria del Nordafrica, che modello di integrazione rimane? • Terzo Binario News

Finita l’emergenza umanitaria del Nordafrica, che modello di integrazione rimane?

Mar 15, 2013 | Mondo, Senza categoria

rifugiati (1)Tra pochi giorni scadrà l’emergenza rifugiati del Nord Africa e 13mila richiedenti asilo rimarranno appesi a un filo. In poche parole il governo ha decretato che non ci sono più le condizioni per garantire le misure umanitarie di protezione temporanea concesse ai cittadini dei Paesi del Nord Africa.

Di conseguenza i beneficiari delle misure di protezione umanitaria possono presentare entro il 31 marzo domanda di rimpatrio assistito o di conversione dei permessi di soggiorno per motivi umanitari in permessi per lavoro, famiglia, studio e formazione professionale.

Ancora oggi, nonostante l’Italia sia da tre decenni un Paese di immigrazione, molte persone ancora non comprendono la differenza tra migranti economici, richiedenti asilo e rifugiati politici, tra i CARA e SPRAR e ancora meno italiani conoscono la provenienza, il percorso migratorio o le condizioni di vita di queste persone ospitate in queste strutture di “accoglienza”. Quindi, per molti, la fine dell’emergenza Nord Africa potrebbe sembrare una buona notizia, ma così non è.

Da settimane si parla della fine dell’emergenza decretata dopo l’arrivo di oltre 62mila migranti, nel febbraio 2011, fuggiti dagli sconvolgimenti politici che hanno interessato molti Paesi nordafricani a seguito delle rivolte della “Primavera araba”. Lo stato d’emergenza riguardava soprattutto i cosiddetti “profughi libici”, ma in realtà, solo una parte delle persone arrivate in Italia sono libici. Molti sono cittadini nigeriani, tunisini, somali ed eritrei che lavoravano in Libia e che sono fuggiti da una situazione che metteva in pericolo la loro vita. Non potendo accedere a differenti tipologie di accoglienza, hanno optato per la richiesta di asilo.

La nuova circolare del Ministero dell’Interno datata 1° marzo riapre le porte dell’accoglienza solo per chi non è andato via dai centri di accoglienza, mentre quelli che hanno accettato la buonuscita e hanno lasciato i centri in questi giorni si sentiranno ingannati considerando che il provvedimento del Viminale è arrivato successivamente alla loro partenza.

rifugiatiLa vera emergenza inizierà dopo il 31 marzo, data di scadenza della proroga, quando tutte queste persone dovranno lasciare i centri di accoglienza, spesso, senza aver ricevuto nessun tipo di assistenza per l’inserimento nella società. Molti di loro si trovano in una situazione giuridica incerta, dato che la domanda di asilo è stata spesso rifiutata a coloro che erano fuggiti dalla Libia, ma che erano originari di altri Paesi africani. Rimandando la decisione, il governo uscente ha passato la palla al nuovo, che dovrà gestire le conseguenze che iniziano già ad emergere in varie città italiane, come ad Anguillara.

Questo esito era facile da prevedere, considerando le esperienze passate e la poca lungimiranza nella gestione dell’emergenza. Tutta l’operazione di sostegno primario doveva rappresentare una fase di passaggio verso l’inserimento socio-lavorativo dei migranti, passando dalla fase assistenziale alla partecipazione attiva alla vita della comunità. Il progetto prevedeva un programma di “accoglienza integrata”: oltre a vitto e alloggio, era previsto l’accesso a progetti d’integrazione (insegnamento della lingua italiana, orientamento al lavoro, ricerca di un’abitazione, assistenza psicologica ecc.). In pratica, l’operazione costosissima (circa un miliardo e trecento milioni di euro) non è riuscita a garantire diritti e dignità alle migliaia di donne e uomini fuggiti da guerre e violenze, come dimostrato anche da varie inchieste giornalistiche che hanno smascherato i giri d’affari a spese di tanti disperati che spesso sono accolti in strutture o in alberghi fatiscenti.

immigratiLa situazione è inaccettabile per un Paese civile come l’Italia che pur essendo da tempo esposto all’ondata delle migrazioni verso la “Fortezza Europa” per la sua posizione geografica, si è dimostrato ancora una volta non all’altezza del suo compito. Non si può continuare a chiamare emergenza ciò che dovrebbe essere routine per un paese che conosce questa situazione da un ventennio e non si può continuare a sperare che i richiedenti vadano altrove, considerando il numero contenuto di profughi presenti in Italia rispetto agli altri Paesi firmatari della Convenzione di Ginevra. Come si spiega questa incapacità di trovare una soluzione? L’emergenza è diventata oramai la parola chiave per scavalcare procedure e controlli, dato che tutto si svolge per trattative private. Gli imprenditori del turismo stanno gareggiando per accaparrarsi il maggior numero di richiedenti asilo.

In alcune città si è operato in un’ottica di rispetto dei diritti e degli standard previsti, ma nessuna politica di accoglienza può funzionare se non vi sono dei presupposti legislativi, organizzativi e di know how.  Sarebbero auspicabili delle sinergie di gestori guidate da un coordinatore autorevole che detti la durata e le regole di accoglienza per ogni fase (arrivo, smistamento, percorsi d’inserimento) e di percorsi giuridici in tempi prestabiliti. Ciò porterebbero anche al superamento dell’iniziale impreparazione, nel caso di arrivi in massa. In Italia, invece, le operazioni si svolgono senza una regia e le conseguenze di questa disorganizzazione ledono i diritti dei profughi. Quello che i richiedenti asilo e i rifugiati chiedono sono la dignità, il lavoro, la casa, invece hanno soltanto assistenzialismo.