Addio all’ultimo compagno, Fidel Castro. Addio a colui che con coerenza e coraggio ha applicato il “modello della semplicità che è difficile a farsi” (Brecht). “Per tutti arriva l’ultima ora, ma comunque sia rimarranno le idee dei comunisti cubani, a dimostrazione che in questo pianeta, se si lavora con fervore e dignità, si possono produrre i beni materiali e culturali di cui hanno bisogno gli esseri umani”.
Questo il testamento spirituale dell’ultimo compagno, di uno che non si intestardiva sui trattini cari alla sinistra, che non discettava nei salotti progressisti, ma che appunto con semplicità ha interpretato l’eguaglianza investendo su tre pilastri fondamentali: alimentazione per tutti, alfabetizzazione per tutti, diritto alla salute per tutti con un sistema sanitario universalmente riconosciuto di altissima qualità. E aggiungo dignità del lavoro. Chi, come la sottoscritta conosce per averci vissuto, le vicende dell’America Latina, sa che quei pilastri erano, e forse lo sono ancora, la meta ambita di milioni di persone, come lo sono per altrettante popolazioni con cittadinanza nella globalizzazione.
Ricordo benissimo, a cavallo tra gli anni ’80 e ’90, il trattamento che Fidel Castro riceveva in occasione degli incontri ufficiali anche da chi al potere era agli antipodi del “barbudo”: tappeti rossi e posto d’onore quasi sempre accanto ad un rappresentante del Vaticano. Una sorta di amore/odio nei confronti del Capo di Stato di un’isola minuscola che sapeva tenere testa al Grande Fratello del Nord per il quale il concetto di esportazione della democrazia, oltre la frontiera del Rio Grande, si traduceva nel foraggiamento massiccio di dollari a governi od oligarchie compiacenti o sistemi corrotti. Quei soldi non venivano investiti nel sociale o per dare sviluppo, finivano nelle tasche di pochi ma pesavano su tutti ingrossando il debito estero per cui anche con un cambio della guardia ai vertici, alternativo, il Paese da governare rimaneva comunque strangolato, il percorso dello sviluppo e della crescita rallentato se non ostacolato.
Ne sa qualcosa il Brasile. Ricordo persone che andavano a curarsi a Cuba, così come andavano studenti spinti da curiosità intellettuale e che al ritorno non potevano fare a meno di sottolineare le diverse condizioni umane, l’ipocrisia della negazione dell’apartheid razziale tradotto però di fatto nell’apartheid sociale. Tengo a precisare che non sono visceralmente anti USA, in un Paese Continente c’è di tutto, ma purtroppo certe macchie che hanno influito sul destino di intere generazioni sono indelebili. L’ultimo compagno si è preso la soddisfazione di aver respinto un’invasione promossa e finanziata dalla Cia, di aver sopportato col suo popolo un embargo odioso, di aver accolto un Presidente USA nero e un Papa Latino Americano che mastica di Teologia della Liberazione nata in seno ai gesuiti di oltre Atlantico presso i quali Fidel Castro aveva studiato. Quel “barbudo” testardo ha saputo resistere perfino alla scarsa solidarietà internazionale (prima l’URSS e poi la Cina e poi i Paesi dell’America ispanica) che voleva prendere più di quanto offriva. L’ultimo compagno “era comunista? E con lui, finalmente, scompare quella ideologia totalitaria?” Si chiede in un bel editoriale il giornalista Corradino Mineo che sottolinea: “Guevara era un borghese, Castro lo era anche lui. Uno medico, l’altro avvocato.
Uno, da ragazzo, ha girato il Continente Sud Americano a cavallo della sua moto, il secondo sarebbe forse diventato un campione dello sport. Il capitalismo li ha perduti, li ha trasformati nel peggiore nemico e in incubo duraturo, per colpa della sua grettezza, del legame a doppia mandata con l’ingiustizia, con l’abuso e lo sfruttamento. E in fondo i sogni del Che e di Fidel vivono ancora tra i ragazzi che viaggiano grazie allo sharing, i contadini del chilometro zero, i giovani di occupy wall street, tra chi ascolta anziani e onesti socialisti come Sanders e Corbyn. Vivono, quei sogni, i sostenitori delle Alcadesse di Madrid e Barcellona.
E persino tra gli operai cinesi, che hanno strappato, ai “compagni” del capitalismo autoritario di Pechino, una grande riconversione produttiva: investimenti in infrastrutture, misure per contenere l’inquinamento e la disumanità delle città dormitorio, per salvare il diritto alla vita dei loro bambini”. Faccio mie le considerazioni di Risorgimento Socialista: “E se oggi Cuba e’ nelle condizioni di scegliere in piena sovranità ed indipendenza di avviare giustamente una fase nuova del suo sviluppo verso superiori livelli di maturazione e di crescita democratica, e’ solo grazie alla strenua, e spesso socialmente costosissima, difesa della sua rivoluzione anticoloniale”.
Addio compagno Fidel, ora sei nelle braccia della Storia, il tuo arazzo cubano campeggia nel mondo esotico e bellissimo delle “Indie occidentali sospese tra verità e leggenda”. Carla Zironi .
