Riceviamo da Antonio Turri, Presidente de “ I Cittadini Contro le Mafie e la Corruzione”, e pubblichiamo.
C’era una volta il Sud Pontino, cioè quella parte di territorio della Regione Lazio compreso tra le città di Aprilia e Minturno, passando per Latina, Fondi, Gaeta e Formia, che rappresentava, per alcuni investigatori della Polizia di Stato, un laboratorio privilegiato sull’evoluzione nell’agire delle mafie storiche: “cosa nostra, ’ndrangheta, camorra”, fuori dalle tradizionali zone di influenza.
Dalla fine degli anni ottanta i boss delle mafie meridionali, molti dei quali residenti in quei centri laziali, a causa dei forzati e scellerati divieti di soggiorno nelle terre di origine, trasferiti in quei territori, interagendo con pezzi della criminalità autoctona e della politica locale, tentavano di contaminare economie e società, realizzando quel sistema criminale nuovo e particolarmente pervasivo a cui demmo il nome di “Quinta Mafia”. Era il 1992, quando con alcuni colleghi della Squadra Mobile della Questura di Latina, della Squadra Anticrimine e della Criminalpol, cominciammo ad intuire che se, si mettevano in fila e si analizzavano con una visione d’insieme i “modus operandi” dei moltissimi esponenti di spicco della criminalità organizzata di tipo mafioso e del loro consistente seguito di delinquenti, si appalesava uno scenario del tutto inquietante.
Esponenti mafiosi di elevato spessore criminale, appartenenti ai clan campani dei Moccia- Magliulo, degli Schiavone, dei Bardellino, dei Zaza, dei La Torre; delle famiglie siciliane dei Coppola, Santapaola e dei Badalamenti e della ‘ndrangheta calabrese come gli Alvaro, i Tripodo, i Pesce, e i Cangemi, solo per citare i sodalizi più famosi, investirono nel Lazio meridionale, cospicui capitali e divennero parte integrante di una remunerante economia basata essenzialmente sullo sviluppo urbanistico, commerciale dell’intera area a sud di Roma: Alcune di queste presenze criminali incrementarono notevolmente i settori ed i traffici illegali, su tutti quello delle sostanze stupefacenti.
Non va dimenticato che nella città di Pomezia e sul suo litorale di Torvaianica si stabilì Frank Coppola che era stato per decenni il punto di raccordo tra cosa nostra siciliana e quella statunitense. L’aspetto del fenomeno che più colpiva chi per professione leggeva atti processuali e cercava di indagare, consisteva nel fatto che sembravano interagire e spartirsi “affari” criminali e a parvenza“ legale”, gruppi mafiosi di diversa estrazione territoriale in collaborazione con i delinquenti locali e con settori sempre più consistenti dei cosi detti “colletti bianchi” della politica e dell’economia, nati e residenti da sempre nella regione Lazio.
Fu quel periodo particolarmente proficuo per i boss d’importazione e per i loro soci d’affari laziali perché, per i governati romani dell’epoca la mafia nel Lazio non esisteva, quindi tutto venne messo a tacere e come si dice in gergo “tutto lo sporco finì sotto al tappeto”. Quello che avverrà dieci anni dopo fa capire come si sia passati dalla prima infiltrazione delle mafie nel Lazio dalla porta principale, rappresentata dal ponte sul fiume Garigliano che costituisce il confine naturale tra quest’ultima regione e la Campania, al radicamento delle stesse, alla fase attuale della contaminazione della delinquenza locale e dei settori collaboranti della politica e dell’economia autoctona.
Già, perché senza la complicità dei “colletti bianchi” i boss residenti nel Lazio non si sarebbero mai riciclati in imprenditori e faccendieri nel ciclo del cemento, nel ciclo dei rifiuti o nella commercializzazione e nel trasporto nazionale dei prodotti dell’agroalimentare.
Affari per miliardi di euro che, dai tempi della prima repubblica ad oggi, vedono ancora protagonisti questi vecchi e nuovi cattivi maestri di quel metodo mafioso che annoveriamo sotto il nome di “Quinta Mafia” o “mafia da contaminazione”. Questo metodo, ancora in parte negato nella sua pericolosità da pezzi della politica e delle classe dirigente del Paese, tende alla “mafiosità inclusiva” attraverso lo strumento della convenienza e dell’omertà. Convenienza per i settori autoctoni dell’economia e delle professioni a collaborare con i mafiosi d’importazione e della stessa criminalità locale ad emulare ed interagire con i primi . Omertà diffusa perché i Cittadini sono consapevoli del rischio e della presenza di questi gruppi criminali, i cui esponenti rappresentano, spesse volte, nei quartieri delle città interessate al fenomeno: “i mafiosi della porta accanto”.
Il metodo della contaminazione mafiosa dei territori si è andato estendendo fin dalla metà degli anni Novanta, in ampi territori della provincia di Roma, Capitale compresa, e da alcuni anni interessa particolarmente tutto il litorale laziale. Basti ricordare quanto avvenuto nei centri di Anzio e Nettuno, comune quest’ultimo che ha visto la propria amministrazione comunale sciolta ,nel novembre del 2005, per essere stata infiltrata di un gruppo criminale mafioso “calabro-laziale” particolarmente aggressivo.
Ancora, è storia di questi mesi, la polemica seguita alle operazioni della magistratura contro i clan mafiosi del quartiere romano di Ostia, dove le presenze mafiose e le conseguenze sono state negate per decenni. Dove è chiara la contaminazione è quella oggettiva operata dai vecchi boss campani e siciliani nei confronti di settori dell’imprenditoria e della malavita locale, in particolare di quel che resta della vecchia aggregazione criminale chiamata “Banda della Magliana” che non è mai stata sconfitta ma si è trasformata in una organizzazione criminale della Quinta Mafia. Nomi famosi come quelli dei Fasciani, che rincorrono le cronache dei giornali con altri come quello dei Senese, Cuntrera- Triassi e di altri esponenti della criminalità importata nella Capitale.
Fin qui la storia iniziale di quel processo criminale che va sotto il nome di “contaminazione mafiosa” di un territorio o “Quinta Mafia” che continua ad evolversi, ad inglobare altri soggetti e a manifestarsi come modello “economico, sociale e culturale” di non difficile comprensione se non si ripetono, come già detto, gli errori di analisi e di sottovalutazione, anche istituzionale, che hanno ritardato forme di lotta più incisive , compromesso di non poco la vivibilità per i cittadini di molte parti del territorio della regione Lazio. Queste sottovalutazioni trentennali , fanno si che il fenomeno si stia estendendo, inesorabilmente, in altre regioni del centro-nord del Paese.
Mi riferisco, per quanto riguarda la regione Lazio in particolare alle sottovalutazione ed ai ritardi nel contrasto all’azione di contaminazione mafiosa nella vasta area territoriale, compresa, tra i comuni di Cerveteri, Ladispoli, Santa Marinella e Civitavecchia. Cosi come sostenuto dal magistrato Giuseppe Deodato, si devono registrare da anni presenze di famiglie riconducibili a clan criminali nei centri che da Fiumicino raggiungono il comune di Bracciano. Questi elencati sono alcuni dei fatti e dei segnali che devono, a mio avviso, lasciare poco spazio alle sottovalutazioni e che devono far potenziare l’azione di investigazione, di repressione degli organi competenti e l’attenzione dell’opinione pubblica: già in una nota del 3 giugno 2009, dell’allora presidente Luisa Laurelli, della commissione per la lotta alle mafie della Regione Lazio, pubblicata sul sito Trasporti Italia dal titolo”: Civitavecchia, per Laurelli “rischio-mafia nel porto”.
Nell’articolo si legge tra l’altro: “Dobbiamo alzare la guardia sul rischio di infiltrazioni mafiose nel porto di Civitavecchia”…lo afferma Luisa Laurelli, presidente della commissione Sicurezza e Lotta alle mafie della Regione Lazio. “Segnali di infiltrazione nelle dinamiche commerciali del porto, spiega Laurelli, “sono state evidenziate nella relazione presentata dalla Dia.
Un allarme che riguarda tutto il litorale nord e in particolare Civitavecchia, dove ormai la criminalità sta trasferendo gran parte delle operazioni di sdoganamento dei container di merce prodotta in Cina e introdotta illegalmente in Italia”. In un intervento del magistrato della Direzione Nazionale Antimafia, Diana De Martino, riportato in un articolo del 30 gennaio del 2012, sul quotidiano Il Corriere della Sera dal titolo esplicito: “Allarme dell’antimafia: esiste un patto tra camorra e mafia cinese. Infiltrazioni ai Parioli, al Tuscolano, a Lunghezza e Ostia.
Roma terra di conquista. «Rischioso» il porto di Civitavecchia”, si legge tra l’altro: l’ennesimo allarme è stato lanciato dai magistrati durante l’inaugurazione dell’Anno giudiziario… hanno puntato l’indice sulla capacità degli immigrati di Pechino di infiltrarsi nel tessuto sociale, di prendere possesso delle attività commerciali investendo denaro incassato spesso dai traffici illeciti legati alla produzione di giocattoli, capi d’abbigliamento o borse e altri oggetti in pelle realizzati con materiali scadenti ma spacciati per prestigiose «griffe»…«Occupano gli spazi lasciati liberi da altri», aggiunge la De Martino. Che non ha dubbi: «Sui cinesi c’è molto da lavorare. Conosciamo il loro mondo in modo superficiale, non denunciano mai quello che accade e sono molto restii a parlare». Non pronuncia mai la parola «omertà», il sostituto della Dna.
Ma si capisce dal tono con cui si esprime che in quel sottobosco fatto di capannoni pieni di merce di chissà quale provenienza e di quali materiali utilizzati, di money transfer utilizzati per inviare a Pechino quantità enormi di denaro guadagnati spesso non si sa come, di immigrazione clandestina completamente fuori controllo (a scadenza fissa vengono individuati laboratori-lager dove decine di cinesi lavorano per 20 ore al giorno senza alcuna tutela contrattuale e in condizioni igieniche pietose) la De Martino individua la lunga mano della Triade. La quale – risulta già da un processo – ha stretto un patto d’acciaio con la camorra. Ecco perché c’è molta preoccupazione per il costruendo scalo nel porto di Civitavecchia dove arriveranno tutte le merci provenienti dalla Cina (adesso sbarcano a Napoli con il placet dei clan locali). Ed ecco perché il moltiplicarsi delle attività commerciali nella Capitale e nel suo hinterland (anche Ostia e Lunghezza sono terra di conquista) destano grande attenzione da parte degli inquirenti: in confine tra il lecito e l’illecito delle loro attività è oscuro”.
In una interrogazione parlamentare del 16 luglio del 2012 il deputato Jean Leonard Touadi, chiedeva all’allora ministro dell’interno: premesso che: il territorio di Civitavecchia risulta infiltrato da organizzazioni criminali di varia matrice, in particolare «il litorale nord del Lazio (Ladispoli, Cerveteri, S. Marinella e Civitavecchia), continua a rappresentare un’area d’interesse criminale per diverse propaggini di sodalizi camorristici attivi nel traffico e spaccio di sostanze stupefacenti» (Relazione semestrale Direzione investigativa antimafia al Parlamento secondo semestre 2009); a Civitavecchia, «nell’ambito dell’operazione Civita-Memento sono state riscontrate le attività delle famiglie gelesi dei Rinzivillo ed Emanuello, interessate all’acquisizione di subappalti e fornitura di manodopera per i lavori della Centrale di Torrevaldaliga Nord» (Relazione semestrale Direzione investigativa antimafia al Parlamento secondo semestre 2009); nella città di Civitavecchia risulta attiva nel settore della ristorazione anche la famiglie… contigue a cosa nostra trapanese; il porto di Civitavecchia è, secondo la Direzione investigativa antimafia, uno dei principali ingressi illeciti di merci; il 26 novembre del 2011 nell’ambito dell’inchiesta Vesuvio i carabinieri eseguivano diverse ordinanze custodiali nei confronti di appartenenti a clan camorristici operanti a Ladispoli; tra il 2010 e il 2011 nella città di Civitavecchia sono stati compiuti diversi attentati ai danni di operatori commerciali: il 12 giugno 2010 è stato incendiato il capannone nella zona industriale della ditta «Ceramiche dal Mondo», il 4 gennaio del 2011 è stato incendiato il locale del commerciante del mercato Giuseppe Sammarco -: quali iniziative il Ministro interrogato intenda intraprendere per contrastare al meglio le organizzazioni criminali nell’alto Lazio, in particolare in relazione alla possibilità di infiltrazioni nei lavori pubblici e nella realizzazione dell’ampliamento del porto di Civitavecchia”.
Ed ancora in un recente rapporto del Cnel si legge: la contraffazione di prodotti, lo sfruttamento della prostituzione e il riciclaggio sono i principali settori di business illegale della mafia cinese in Italia. Attività che stanno ormai soppiantando quella “tradizionale” e ormai matura dello sfruttamento dell’immigrazione clandestina dalla Cina che è diventato complementare.
Ancora una volta emerge la centralità del porto di Civitavecchia nella questione mafia cinese infatti lo studio continua affermando tra l’altro: “Roma è il principale centro di smistamento della merce contraffatta proveniente dalla Cina. Un indicatore che esemplifica la rilevanza del commercio di prodotti importati dalla Cina è il prezzo d’affitto per metro quadrato dei capannoni lungo la Casilina e la Prenestina dove viene momentaneamente allocata la merce sdoganata dai porti di Napoli e di Civitavecchia, in attesa di entrare nel circuito della distribuzione commerciale…”
Questo rappresenta, a mio avviso , la nuova emergenza criminale e lo sviluppo ulteriore di quel fenomeno in continua evoluzione che possiamo definire “ Quinta Mafia”. L’interagire contaminante della criminalità organizzata di tipo mafioso tradizionale rappresentata da “cosa nostra”, camorra e ‘ndrangheta, con settori strutturati della criminalità autoctona, della criminalità organizzata straniera, in particolare di quella cinese e con la copertura o collaborazione di settori del cosi detto terzo livello, ossia dei “colletti bianchi”, mette insieme quel nuovo sistema mafioso a struttura totalizzante che, a mio avviso, si sta “ sperimentando” in questa zona del Lazio.
Un laboratorio ulteriore per la “Quinta Mafia” è rappresentato quindi dall’area a nord della Capitale, i cui primi passi furono mossi nell’area a sud della Regione denominata: “Sud Pontino”, alla fine degli anni Ottanta. Quei territori oggi a pieno titolo sono considerati dagli investigatori “ zone ad alta concentrazione mafiosa”.
Se queste problematiche, suffragate dalle numerose attività investigative dell’antimafia, che si svolgono seppur con grande difficoltà per carenza cronica di mezzi e di oggettive resistenze, specie da parte di pezzi della politica che comunque collude, non verranno affrontate con sollecitudine e fermezza, faranno correre un rischio serio all’intero Paese. Quello di dover convivere con le mafie che contaminano: economia, politica, ambiente sociale e cultura. Tutte le mafie puntano sul mercato criminale della Capitale e da anni reinvestono miliardi di euro in attività formalmente lecite con il diretto coinvolgimento di pezzi trasversali della politica e dell’imprenditoria locale.
Ad oggi anche dopo i recenti arresti di altri presunti mafiosi “romani”, criminali, politici di destra e di sinistra, volti noti degli affari sporchi della Capitale, si può affermare senza il dubbio di essere smentiti , che per violare le previsioni legislative previste dal 416 bis, (associazione a delinquere di stampo mafioso), non occorre più essere nati a Palermo, a Reggio Calabria o a Napoli, si può tranquillamente essere nati e da sempre residenti a Roma, a Latina, a Civitavecchia o a Bracciano e risalendo in su le altre città dello Stivale. Del resto già Leonardo Sciascia con profetica intuizione scrisse nel suo “Il Giorno della civetta”, specificando in seguito che si riferiva ai sistemi mafiosi : “Forse tutta l’Italia sta diventando Sicilia…
A me è venuta una fantasia, leggendo sui giornali gli scandali di quel governo regionale: gli scienziati dicono che la linea della palma, cioè il clima che è propizio alla vegetazione della palma, viene su, verso il nord, di cinquecento metri, mi pare, ogni anno… La linea della palma… E sale come l’ago di mercurio di un termometro, questa linea della palma, del caffè forte, degli scandali: su su per l’Italia, ed è già oltre Roma…”
