Un’epoca strana la nostra, fatta di modernità telematiche e di barbarie medievali.
Siamo all’inizio di un nuovo secolo e l’eco del precedente ci sta soffocando il presente. Un cupo presagio di sventura sembra aleggiare sulla società. Tutti gli uomini sembrano impotenti di fronte allo sgretolamento delle certezze costruite e consolidate nella seconda parte del novecento.
Sembra che non si abbiano novità da esprimere, un silenzio intellettuale e una muta rassegnazione pervade la società intera.
Senza voler avere la presunzione del critico o dello storico, ravvedo in questi tempi di profonda incertezza e paura un’analogia con gli albori del Novecento. Ora come allora il futuro si presentava dubbioso e fumoso. L’immagine che ci sembra più adatta a rappresentare questi nostri tempi è quella dell’imminente tempesta, in cui si scorgono all’orizzonte i nuvoloni di un viola scuro, che avanzano gonfi a fagocitare l’azzurro del cielo sul far della sera, quando ancora qualche raggio del sole morente dona un brandello di luce, come di speranza mai sopita.
Parlando di crepuscolo ci sovviene alla mente quella corrente poetica dei primi anni del Novecento, giusto cento anni fa morivano Gozzano e prima ancora il giovane Corradini, i due più illustri rappresentanti.
Effettivamente per noi, che siamo passati dentro lo sconquassamento del rock and roll e di tutta la musica che va dagli anni Sessanta agli anni Ottanta, un lacrimevole Corradini può sembrare inconcepibile, finanche la rassegnazione, tanto sua quanto di Gozzano, di fronte all’ineluttabilità della vita.
Ma rileggendo questi poeti alla mia veneranda età, dopo averli pressoché ignorati soprattutto in gioventù, penso si faccia un torto a fermarsi alla sola estetica del verso, a volte troppo lacrimevole. La maturità, ad un temperamento burrascoso quale è il mio, ha permesso di leggere oltre. C’era in quelle lacrime tutta la consapevolezza propria dei poeti, i quali al pari dei vati possiedono il dono della trasmissione del divino. Il poeta soffre di un male apparentemente solo suo ma che nel verso acquista una portata universale.
Quegli “organetti di barberia” di cui ci par udire il suono stridulo, altro non sono che il lamento di un mondo morente, fatto di cose semplici, le quali di lì a poco saranno spazzate via da quella modernità, che ora noi vediamo cadere in pezzi. Sembriamo quindi la debita conclusione di un processo evolutivo iniziato cento anni fa. Noi non cantiamo organetti, noi abbiamo la rete che ci unisce e ci strozza, che ci illude e ci disillude. Noi siamo tanti e rimaniamo nessuno.
Nella rete appunto si pescano i nuovi poeti e le nuove tendenze. Vi voglio presentare un giovane poeta di Acireale, si chiama Antonino R.Giuffré, ha conseguito la laurea triennale del corso universitario di Lettere e Filosofia e ora ha intrapreso la Magistrale. Questo ragazzo l’ho scoperto sul finire di agosto su un sito di poesie www.poesieracconti.it e ne sono rimasta affascinata per lo spessore del suo verso, benché molto giovane.
Lui, forse più di altri, rappresenta quello che io definisco il nuovo Crepuscolarismo del Duemila, tra rete e medioevo, tra delusioni e incertezze.
Antonino incarna l’abbattimento profondo in cui sono caduti i nostri giovani. Le prospettive quasi nulle si riflettono su quest’animo e diventano ombre, il cui peso, si evince dalle sue composizioni, è insopportabile. Le sue lacrime, a volte silenti a volte urlate, ci fanno toccare con mano lo sfacelo della nostra nazione e del Sud martoriato da una politica classista e profondamente razzista . E’ raro in questo autore trovare veri e propri accenti politici, semmai la sua frustrazione ruota intorno al perno dell’amore perduto o sognato ma sempre disperato e amaro.
Tutti i migliori autori riaffiorano attraverso i suoi versi, perché è un tenero bimbo inzuppato in un latte letterario.
Soverchiato dall’incertezza il piccolo poeta ritorna nel suo bozzolo di immagini classiciste, perde il contatto con il tempo reale. Si rifugia in quel giardino fantastico dove le ninfe e gli amorini la fanno da padroni. Ma è un’illusione e come tale si dilegua per lasciare spazio al grigio di un’esistenza in bilico tra la paura di soffrire e il bisogno disperato di amare, tutto all’interno di una società gretta, vile e pedestre, quale è la nostra..
Ho scelto questa poesia Poeti senza porto, che oltretutto dà il titolo all’articolo, perché l’ho letta come un manifesto di questa nuova generazione di poeti crepuscolari del secondo millennio, che avrò modo di farvi conoscere.
La crepuscolarità è nel tono abbattuto e senza speranza, che rappresenta in una forma altamente lirica il disagio di essere poeti, in quest’epoca sfacciata e volgare dove tutto viene profanato e vilipeso finanche l’amore.
La poesia e di conseguenza il poeta non ha né spiaggia, né porto. Non ha identità se non nel plauso virtuale dei suoi simili. Ma è proprio la virtualità ad accrescere lo sconforto per una solitudine sorda ed insopportabile, che rivela tutta la caducità delle illusioni poetiche. Emblematica la chiusa:
“noi siamo: dei poveri diavoli\ che hanno creduto il Paradiso\ tra le pagine ingiallite\ d’una poesia”
POETI SENZA PORTO
Aspri viaggi vi portano al mare,
poeti senza porto
dimenticati in una rete a colori, illusi,
disillusi appena il vento si ferma ad ascoltare,
nella sabbia, il vostro canto
scordato.
‹‹Bravo, bravissimo››
i poeti si lodano tra loro come teneri amanti
allo sboccio di una rosa. Ma, poi, quando
la bonaccia cinge la pelle e la secca, da soli,
piangono il tempo che li trascina
a morte certa e inappellabile.
Questi noi siamo: poeti senza nome, senza stima,
senza più parole, senza più spiagge argentate
e senza più nottate da scrivere agli occhi
— questi noi siamo: dei poveri diavoli
che hanno creduto il Paradiso
tra le pagine ingiallite
d’una poesia.