Lettera natalizia del vescovo Gianrico Ruzza - Terzo Binario News

“Carissime sorelle e carissimi fratelli in Cristo,
in questi giorni di preparazione alla Memoria dell’Incarnazione del Signore Gesù (amo definire così il Natale, per ricordare che Gesù è già venuto nella nostra storia e noi ne facciamo memoria, vivendo in piena sintonia con il Mistero che celebriamo), desidero manifestare la mia vicinanza a ciascuno di voi. Condivido con voi qualche riflessione a partire dal testo del profeta Isaia, che ci invita all’esultanza derivante dalla presenza di Dio tra noi:

7Come sono belli sui monti
i piedi del messaggero che annuncia la pace,
del messaggero di buone notizie che annuncia la salvezza,
che dice a Sion: “Regna il tuo Dio”.
8Una voce! Le tue sentinelle alzano la voce,
insieme esultano,
poiché vedono con gli occhi
il ritorno del Signore a Sion.
9Prorompete insieme in canti di gioia,
rovine di Gerusalemme,
perché il Signore ha consolato il suo popolo,
ha riscattato Gerusalemme.
10Il Signore ha snudato il suo santo braccio
davanti a tutte le nazioni;
tutti i confini della terra vedranno
la salvezza del nostro Dio. (Is 52, 7-10)

Siamo esortati a prorompere in canti di gioia! Probabilmente non sentiamo questa esigenza nel cuore, soprattutto in questo momento della storia, così complesso e faticoso (non solamente per la pandemia). Tuttavia, possiamo dire: c’è qualcosa di grande e di bello che ci spinge a gridare e a proclamare la gioia, la speranza e la serenità. Viene il Signore, anzi è già venuto e condivide il cammino dell’esistenza con noi: è il Dio della prossimità! 

È proprio questa la bella notizia annunciata dal messaggero. Non ci interessa il messaggero, ma la notizia che porta con sé: la notizia è la pace del cuore, che nasce dal desiderio del Signore di venire a noi come consolatore. Troviamo scritto:

1 Ecco sui monti i passi d’un messaggero
che annuncia la pace!
Celebra le tue feste, Giuda, sciogli i tuoi voti,
poiché il malvagio non passerà più su di te:
egli è del tutto annientato. (Naum 2, 1)

Il nemico che viene annientato è il Nemico di sempre: il Malvagio che induce in noi tristezza e scoraggiamento, che ci allontana dalla verità, che ci impedisce di offrire una lode sincera e gioiosa al Signore. Non dobbiamo pensare che siano parole “distanti” da noi: spesso ci scopriamo scoraggiati, talora siamo preoccupati, sentiamo il peso delle giornate, viviamo gravi indecisioni e incertezze circa il futuro. Come se tutto questo non bastasse, la noia e la paura degli eventi affliggono in particolare le giovani generazioni, facendo scaturire in esse un diffuso pessimismo. Sì, il Nemico ci insidia, ma la forza del Signore è grande e si presenta a noi nelle spoglie del “piccolo”, dell’infante di Betlemme, indifeso e povero:

6Mentre si trovavano in quel luogo, si compirono per lei i giorni del parto. 7Diede alla luce il suo figlio primogenito, lo avvolse in fasce e lo pose in una mangiatoia, perché per loro non c’era posto nell’alloggio. (Lc 2, 6-7)

Comprendiamo la passione di Dio per l’uomo: il Padre ci dona il Suo Figlio unigenito. Quella mangiatoia, in cui il bambino Gesù è adagiato, diviene l’altare su cui viene celebrato il “primo sacrificio”: quello di un Dio che ha scelto l’umiltà per manifestarsi al mondo come il Salvatore che ci dona generosamente la possibilità di sconfiggere il Nemico. Sì, Dio si fa uomo, l’Onnipotente si fa povero, l’Altissimo si fa “piccolo”. A Betlemme (che significa “casa del pane”) il corpo di Gesù si mostra pronto per essere offerto. Prepariamoci già da ora, contemplando la stalla di Betlemme, a celebrare il Mistero Pasquale, in cui il corpo di Gesù diviene il Pane della Vita. Non è una, questa, una vera consolazione? 

Deponiamo l’uomo vecchio con i suoi atti, ed essendo stati ammessi a partecipare alla generazione di Cristo, rinunziamo alle opere della carne. Riconosci, o cristiano, la tua dignità, e divenuto partecipe della natura divina non tornare con una vita degenere al tuo antico misero stato. Ricordati di quale capo tu sei membro. Ricordati che, strappato dal potere delle tenebre, tu sei stato portato nella luce e nel regno di Dio. (San Leone Magno, I discorso sulla Natività del Signore)

La gioia che possiamo provare nasce dalla consapevolezza che il Signore sceglie di STARE in MEZZO a NOI. Non intende lasciarsi in balia della solitudine e non vuole abbandonarci nella tristezza: perciò viene e ci offre la SUA CONSOLAZIONE.

7E mi diceva: “Figlio dell’uomo, questo è il luogo del mio trono e il luogo dove posano i miei piedi, dove io abiterò in mezzo ai figli d’Israele, per sempre. E la casa d’Israele, il popolo e i suoi re, non profaneranno più il mio santo nome con le loro prostituzioni e con i cadaveri dei loro re e con le loro stele, 8collocando la loro soglia accanto alla mia soglia e i loro stipiti accanto ai miei stipiti, con un semplice muro fra me e loro; hanno profanato il mio santo nome con tutti gli abomini che hanno commesso, perciò li ho distrutti con ira. 9Ma d’ora in poi essi allontaneranno da me le loro prostituzioni e i cadaveri dei loro re e io abiterò in mezzo a loro per sempre. (Ez 43, 7-9)

Sappiamo che il Signore ha deciso di vivere tra noi, di condividere tutte le nostre fatiche. Questo ci consola! Questo ci dona forza! Questo ci spinge ad avere speranza! Gridiamolo a tutti: non lasciamo spazio allo sconforto, né a qualsivoglia pensiero negativo! 

Da qui sorge l’invito a prorompere in canti di gioia. La motivazione è chiara: il Signore ha consolato il suo popolo. Le parole di Isaia sono – a tal proposito – una vera luce:

1 “Consolate, consolate il mio popolo

  • dice il vostro Dio.
    2Parlate al cuore di Gerusalemme
    e gridatele che la sua tribolazione è compiuta,
    la sua colpa è scontata,
    perché ha ricevuto dalla mano del Signore il doppio per tutti i suoi peccati”.
    3Una voce grida:
    “Nel deserto preparate la via al Signore,
    spianate nella steppa la strada per il nostro Dio.
    4Ogni valle sia innalzata,
    ogni monte e ogni colle siano abbassati;
    il terreno accidentato si trasformi in piano e quello scosceso in vallata.
    5Allora si rivelerà la gloria del Signore
    e tutti gli uomini insieme la vedranno,
    perché la bocca del Signore ha parlato”.
    6Una voce dice: “Grida”,
    e io rispondo: “Che cosa dovrò gridare?”.
    Ogni uomo è come l’erba
    e tutta la sua grazia è come un fiore del campo.
    7Secca l’erba, il fiore appassisce
    quando soffia su di essi il vento del Signore.
    Veramente il popolo è come l’erba.
    8Secca l’erba, appassisce il fiore,
    ma la parola del nostro Dio dura per sempre.
    9Sali su un alto monte,
    tu che annunci liete notizie a Sion!
    Alza la tua voce con forza,
    tu che annunci liete notizie a Gerusalemme.
    Alza la voce, non temere;
    annuncia alle città di Giuda: “Ecco il vostro Dio!
    10Ecco, il Signore Dio viene con potenza,
    il suo braccio esercita il dominio.
    Ecco, egli ha con sé il premio
    e la sua ricompensa lo precede.
    11Come un pastore egli fa pascolare il gregge e con il suo braccio lo raduna;
    porta gli agnellini sul petto
    e conduce dolcemente le pecore madri”. (Is 40, 1-11)

C’è un chiaro messaggio: la novità della consolazione sta nell’incontro con il Signore che viene e che annulla ogni tribolazione. Esaminiamo i “passaggi” che il testo ci propone.

• Parlate al cuore di Gerusalemme. Solo il cuore può comprendere quanto sia grande l’Amore che viene e invade la nostra vita, la ricopre di tenerezza e di pace. Abbiamo la possibilità di “svegliare” il cuore e di renderlo permeabile alla buona notizia. Ripensiamo a quanto Gesù dice sul cuore dell’uomo: può essere l’origine dei mali della vita, o può diventare il centro della nostra relazione gioiosa e feconda con Dio (cfr. Mc 7, 1-23; Ger 4, 1-5). Possiamo impegnarci a far sì che il nostro cuore sia un cuore sempre pronto all’Amore e al dono!

• Per permettere al cuore di ricevere la vera “buona notizia” (il Mistero dell’Incarnazione è la buona notizia, che apre la strada all’annunzio del Vangelo) sarà necessario preparare la via al Signore. Con quale impegno ci predisponiamo all’incontro con il Signore? Quale spazio diamo (dove spazio è anche il tempo dedicato alla preghiera personale e all’ascolto della Parola di Dio) alla presenza e alla visita di Dio? 

• La speranza sorge dalla convinzione che la bocca del Signore ha parlato. Quando il Signore parla, l’uomo che ascolta può finalmente entrare nella Vita autentica, che non gli sarà tolta (Cfr. Lc 10, 38-42). Se la vita dell’uomo è paragonata all’erba che in pochissimo tempo secca (esattamente come il fiore che in un tempo altrettanto breve appassisce), non è così per la Parola del Signore. La Parola di Dio rimane in eterno (cfr. Mt 24, 32-35) ed è questa la via che possiamo percorrere (ascoltare la Parola della vita) per accogliere il Signore che viene. Sarebbe bello se - a partire da questo tempo santo – rinnovassimo il proposito di dedicare qualche istante del nostro tempo a meditare ogni giorno le parole del Vangelo!

• Ascoltare, ma come? Ascoltare con il cuore “aperto” al messaggio di Amore e di fraternità che Gesù ci ha donato. Non si tratta di un ascolto intellettuale o formale, ma della Parola che converte: orienta il nostro cuore verso gesti forti, di accoglienza, di dialogo e di incontro. Il tempo che stiamo vivendo, la stagione del cammino sinodale, ci invita ad ascoltarci e a fare dell’ascolto una virtù da praticare: incontriamoci ed ascoltiamoci, la Chiesa ci chiede di comunicare il vissuto profondo che portiamo nel cuore! 

• La consolazione annunciata ci dice che il Signore si comporta con noi come un pastore con il proprio gregge: lo conduce, lo accudisce, lo guida e porta gli agnellini in braccio, considerando la fragilità del loro cammino. Non è scandaloso pensare un Dio che si fa carico della nostra vulnerabilità per sostenerla e per curarla. Prende in braccio le nostre debolezze, le comprende e le “risolve” con misericordia. Permetteremo al nostro Dio di prenderci per mano e di condurci? Ricordiamo che Cristo è entrato in pieno nella storia dell’umanità: ha fatto propria la vicenda umana, con tutto ciò che di bello essa rappresenta, ma ha assunto anche la povertà della nostra condizione (eccetto il peccato). Questo ci dice che Cristo ama questo mondo e lo sente suo, nonostante tutto il male in esso presente. 

• Cristo viene a noi come il Salvatore, come il Liberatore dal peccato e dalla morte. Con Lui entra nella nostra storia la speranza. Si tratta, certamente, della speranza che apre la prospettiva della vita eterna. Al tempo stesso, però, tale speranza riguarda la quotidianità che viviamo e fa sì che ogni gesto ed ogni pensiero del nostro vivere possa essere orientato allo sviluppo ed al progresso delle persone: senza lo sviluppo, senza la solidarietà, senza l’autentica fraternità, l’umanità è condannata alla bellicosità, alla lotta fratricida, alla fuga dalla realtà in cui è immersa. 

Possiamo e dobbiamo accogliere la “buona notizia” dell’Incarnazione! Gesù, il Figlio di Dio, si è svuotato della sua grandezza e della sua onnipotenza ed è apparso tra noi nella forma di “servo” obbediente. Egli è il crocifisso: per amore si offre e si dona completamente. Con la sua venuta nella vita umana Cristo ha gettato nel solco della storia il seme della speranza: ognuno di noi può guardare al futuro in modo limpido, senza ansie o preoccupazioni; possiamo pensare il tempo che verrà come un tempo di Grazia, da attendere con fiducia e con serenità. Infatti, la certezza che il Signore Gesù vive in mezzo a noi ci consola e ci fa dire questo può essere il momento favorevole: 

Ecco ora il momento favorevole, ecco ora il giorno della salvezza! (2Cor 6, 2b)

Non possiamo tenere nel segreto del cuore questa “bellezza” che ci viene annunciata e che possiamo sperimentare in prima persona. Siamo invitati a portare a tutti la buona notizia: alziamo la voce con forza, annunciamo alla città del nostro tempo: “Ecco il nostro Dio! Viene con potenza! 

È esattamente questo ciò che San Francesco fece a Greccio nel Natale del 1223: quanti partecipavano alla celebrazione eucaristica di quella sera si trovarono immersi nel Mistero. Poterono percepire l’umanità di Dio che si fa povero, di Dio che si rende umile, abbassandosi al nostro livello. Natale è l’umanità di Dio in Cristo.   

Esultate, giusti: è il Natale del Giustificatore. Esultate, deboli e malati: è il Natale del Salvatore. Esultate, prigionieri: è il Natale del Redentore. Esul­tino gli schiavi: è il Natale del Dominatore. Esultino i liberi: è il Natale del Liberatore. Esultino tutti i cristiani: è il Natale di Cristo (S. Agostino, Sermo 184, 2).
Auguro a ciascuno di voi che il sorriso del Bambino di Betlemme sia una vera luce nel cammino che percorriamo in questo tempo contraddittorio ed esaltante al tempo stesso.
Ci regala proprio un sorriso! Esprimo il desiderio che tutti possano leggerlo come la straordinaria opportunità di vita, di speranza, di gioia che ci viene offerta. Mi auguro anche – è l’augurio che rivolgo a tutti voi – che tale opportunità sia condivisa con tanti, sorelle e fratelli, desiderosi di autenticità e di pace.

Per un Iddio che rida come un bimbo,
Tanti gridi di passeri,
Tante danze nei rami,

Un’anima si fa senza più peso,
I prati hanno una tale tenerezza,
Tale pudore negli occhi rivive,

Le mani come foglie
S’incantano nell’aria…

Chi teme più, chi giudica ?
(Giuseppe Ungaretti)

Vi benedico con affetto!”

mons. Gianrico Ruzza

Pubblicato mercoledì, 22 Dicembre 2021 @ 18:44:15     © RIPRODUZIONE RISERVATA