di Francesco Scialacqua
Per chi vuole perorare la causa dei protagonisti dell’operazione campo sportivo e non dei cittadini resta ormai solo l’argomentazione di eventuali cause risarcitorie ai danni del comune.
Una questione che va vista ed inquadrata non dal piano integrato in poi, ma da molto prima. Questo è l’unico modo per dare una chiave di lettura ad una operazione durata un decennio, dall’usucapione del Marescotti fino all’affidamento del nuovo stadio.
LA STORIA DEGLI ULTIMI 10 ANNI
Vi è infatti una questione sulla quale probabilmente la magistratura non ha avuto modo di focalizzare bene e che invece è stata ingenuamente scritta anche nelle carte del procedimento urbanistico del piano integrato. Più volte si parla di operazione di “spostamento” del campo sportivo. Così è nei fatti, se si guarda la situazione nel 2007, quando la US Ladispoli disponeva del Marescotti ed oggi, quando la US Ladispoli dispone del nuovo stadio. Ma l’operazione nasconde un fatto di non poca importanza. E’ infatti possibile spostare una struttura privata, in suolo privato, in un sito pubblico con opera pubblica? Se si guarda questa operazione dai due estremi la US Ladispoli è passata dall’essere piena di debiti con un campo sportivo ormai vecchio, all’essere una società sportiva a bilancio ripianato e con una struttura in gestione che “vale” almeno 2 milioni di euro. Se ne può fare una colpa alla società sportiva, azienda comunque privata? No, e vedremo in seguito che è altrettanto sbagliato puntare il dito esclusivamente contro chi ha svolto la parte edilizia del piano di “spostamento” del campo sportivo. La colpa si può invece attribuire alla politica che ha concentrato in questa scellerata operazione gran parte delle risorse e delle attenzioni degli ultimi 10 anni. Era forse il campo sportivo la priorità di una città da rivedere urbanisticamente e sul quale si è spesa una somma che nessun altra opera pubblica ha meritato nell’ultimo decennio?
I RUOLI SOVRAPPOSTI DI TECNICI E POLITICI
Partendo quindi dalla follia complessiva dell’operazione è evidente come la politica ha orchestrato tutta l’operazione, a volte in maniera bipartisan. Per dimostrarlo basta vedere come vi sia un’abbondante ricorrenza di personaggi che ricoprono sia un ruolo tecnico che amministrativo nelle diverse fasi del progetto. Una sequenza di fatti da cui emergono una quantità di possibili conflitti di interesse notevole, basti pensare che dall’aula comunale, il giorno dell’approvazione del piano integrato Piazza Grande, tre consiglieri non hanno potuto prendere parte alla votazione, alcuni di questi famigliari stretti dell’amministratrice della società. Non si dica poi che basta uscire dall’aula durante il voto per annullare il conflitto di interessi.
Ma sia ben chiaro, come detto sopra è sbagliato prendersela troppo con gli imprenditori. Questi hanno tutta la legittimità nel produrre profitti ed imbarcarsi in investimenti se vi è buona probabilità di successo e di guadagno. Ma a Ladispoli esiste una indipendenza tra politica ed imprenditoria? Difficile dirlo ed in questa vicenda una delle cose che ha destato non poco fastidio è la poca sobrietà manifestata da alcuni imprenditori, parte in causa dell’affare Piazza Grande.
L’operazione, come dicevamo sopra, è stata curata fin nei dettagli nella logica dello “spostamento” del Marescotti e sorge il dubbio che possa essere contestualizzata all’interno dell’inchiesta della procura sull’affidamento degli stralci di appalto dello stadio. Da quell’inchiesta sembrerebbe che anche gli assegnatari dei lavori erano decisi a tavolino da un funzionario infedele, o lo erano almeno quelli invitati a partecipare in gran parte facenti capo allo stesso imprenditore.
La politica ladispolana ha girato per un decennio intorno ad un affare da almeno 5 milioni di euro tra il costo dello stadio ed i profitti dell’operazione Piazza Grande. Sul piano integrato vi era così tanto interesse nell’accelerare qualsiasi pratica e passaggio al punto da non attendere nemmeno le autorizzazioni e sfruttare anche i silenzio assenso. Dalla fretta, speriamo sia per quella, si sono tralasciati anche i controlli delle prescrizioni imposte dalla regione. Errori macroscopici di cui se ne è accorto anche chi non mastica quotidianamente di urbanistica. Possibile che tecnici e politici, sollecitati nel verificare le anomalie, non abbiano riscontrato quello che anche la Procura e la Guardia di Finanza hanno ammesso essere un fatto macroscopico? La difesa dei politici davanti al giudice sembra essere stata quella del “non avevo letto sui giornali”.
L’ALIBI DELLE CAUSE RISARCITORIE
Tornando all’argomentazione che in queste ore serpeggerà in lungo ed in largo circa il rischio di risarcimenti nei confronti del comune viene da chiedersi: si poteva evitare di mettere a rischio l’ente facendo correttamente tutti i passaggi necessari? Per lo stesso principio un comune dovrebbe abdicare a qualsiasi pratica di controllo e di repressione di abusi per evitare contenziosi?
E’ bene che chi è pagato lautamente per le proprie responsabilità se le prenda fino in fondo, anche nell’errore. Non si possono incassare compensi straordinari da responsabili di procedimento, pretendendo poi l’immunità quando si sbaglia o che a pagare debbano essere poi tutti i cittadini.
Nel frattempo vedremo quale politica starà dalla parte dell’ente e dei cittadini e quale invece tenterà di perorare la causa dei privati, a Ladispoli sempre gli stessi, usando la maschera della precauzione nei confronti dell’ente.
