L’Italia è uno dei pochi Paesi al mondo in cui la parola “cultura” non è un’etichetta generica, ma un’esperienza quotidiana: città stratificate, musei diffusi, paesaggi che sembrano scenografie, tradizioni che passano di mano in mano. Negli ultimi anni, l’idea di “Capitale della Cultura” ha aiutato a trasformare questa ricchezza in un progetto: non solo celebrare il patrimonio, ma usarlo per ripensare identità, turismo, spazi pubblici, comunità. Eppure, proprio perché parte da una base enorme, l’Italia può permettersi di guardarsi allo specchio con onestà: su cosa siamo ancora indietro rispetto ad altri Paesi europei?
Le Capitali italiane della Cultura: un percorso che cresce
Il titolo di Capitale Italiana della Cultura ha acceso i riflettori su luoghi diversi per storia e dimensione. Mantova (2016) ha dimostrato come una città di media grandezza possa fare sistema tra istituzioni e creatività. Pistoia (2017) ha lavorato sul rapporto tra cultura e qualità della vita. Palermo (2018) ha portato al centro il tema dell’incontro tra culture nel Mediterraneo. Matera (2019), anche Capitale Europea della Cultura, ha mostrato quanto la rigenerazione possa diventare racconto globale.
Negli anni successivi il testimone è passato a Parma (2020-2021), poi a Procida (2022), che ha dato forza all’idea che anche i territori più piccoli possano essere protagonisti. Bergamo e Brescia (2023) hanno avuto un significato speciale: la cultura come cura e rinascita, dopo una ferita collettiva. Pesaro (2024) ha spinto sull’asse musica e creatività, mentre Agrigento (2025) ha rilanciato il tema del dialogo tra archeologia, paesaggio e contemporaneità.
E sullo sfondo c’è anche la nuova formula delle finaliste e dei progetti candidati, che spesso rimangono come semi utili anche quando non si vince. Questo percorso è importante perché racconta un’Italia che prova a non vivere solo di rendita: la cultura non come cartolina, ma come politica pubblica.
Un patrimonio immenso, ma non basta: dove l’Italia può migliorare
Il punto non è “avere” cultura: l’Italia ne ha da vendere. Il punto è come la organizza, la rende accessibile, la finanzia, la aggiorna. Qui emergono alcune aree in cui altri Paesi europei, spesso meno ricchi di beni storici, risultano più avanzati.
Molti musei e siti culturali italiani hanno fatto passi avanti, ma la fruizione digitale è ancora discontinua: archivi non sempre consultabili, bigliettazioni e prenotazioni a volte poco integrate, contenuti online spesso pensati come “promozione” e non come vera esperienza culturale.
In Paesi come Estonia, Danimarca o Paesi Bassi, l’accesso ai servizi digitali è più uniforme e l’utente è al centro: informazioni chiare, piattaforme funzionanti, interoperabilità.
E c’è un tema ancora più grande: l’intrattenimento online come parte della cultura contemporanea. Streaming, gaming, eventi digitali, community: non sostituiscono la visita in presenza, ma la amplificano. L’Italia tende a trattare questi ambiti come “altro” (o solo come marketing), mentre potrebbero essere strumenti culturali, educativi e persino economici.
Pensiamo a festival ibridi, tour virtuali fatti bene, laboratori digitali per giovani, narrazioni transmediali. In questo contesto, anche mondi dell’intrattenimento e del tempo libero online mostrano quanto le persone siano già lì, ogni giorno: ignorarlo significa perdere contatto con una parte reale del pubblico. Per capirci: non è strano che un brand di entertainment digitale come StarVegas diventi un esempio di quanto il consumo culturale si stia spostando anche su formati online; la sfida è intercettare quell’attenzione e trasformarla in percorsi adatti al pubblico.
Spesso i grandi programmi culturali italiani sono forti nell’anno “dell’evento” e più fragili dopo. In altri contesti europei, la programmazione pluriennale e la stabilità manageriale sono più solide: meno stop-and-go, più monitoraggio, più investimenti in competenze (fundraising, audience development, project management culturale). Non basta aprire un museo: serve renderlo fruibile a persone con disabilità, a famiglie, a chi vive lontano dai centri, a chi ha meno possibilità economiche. In alcune città europee l’accessibilità è un criterio non negoziabile e viene finanziata come infrastruttura culturale, non come dettaglio.
Qui sembra banale, ma non lo è: l’esperienza culturale passa anche da come arrivi, quanto è semplice orientarti, se trovi informazioni in più lingue, se l’offerta è integrata (biglietto unico, itinerari chiari, servizi). L’Italia ha eccellenze, ma anche troppe “zone grigie” dove tutto è lasciato alla buona volontà.
Guardare l’Europa senza complessi (e senza imitare a caso)
“Essere indietro” non significa essere incapaci: significa avere margini enormi. L’Italia ha qualcosa che molti Paesi inseguono: densità di storia, bellezza e identità territoriale. Ma proprio per questo dovrebbe essere più ambiziosa su strumenti, servizi e visione. Copiare modelli non serve: serve imparare ciò che funziona (digitale, governance, accessibilità) e adattarlo alla nostra scala, che è spesso fatta di piccoli comuni e patrimoni diffusi.
E qui si chiude il cerchio: i comuni italiani fanno bene a sviluppare bandi e concorsi per incentivare la cultura in tutte le sue forme. Perché la cultura non è solo conservazione: è innovazione, lavoro, educazione, coesione sociale. Se i bandi premiano progetti con continuità, misurazione dell’impatto, collaborazione pubblico-privato e una vera componente digitale, allora le “Capitali” non restano un’etichetta annuale, ma diventano un metodo. E l’Italia, con tutto quello che ha, può finalmente giocare anche la partita di ciò che ancora le manca.
