I due compari e il bipolarismo che non c’è • Terzo Binario News

I due compari e il bipolarismo che non c’è

Feb 16, 2013 | Blog, Santo Fabiano

Non so perché quando un candidato viene eletto si dice che “ha vinto”. E immagino che a furia di convincersi che si tratta di una vittoria, prima o poi un premio si cerca e magari si trova. Certamente non era questo il senso della democrazia e … a pensarci bene, in verità, nessuno si aspetta che da questa “competizione elettorale” venga fuori qualcosa di democratico. E allora di che si tratta? Non saprei. O meglio, non saprei dirlo con parole nobili. E per fare in modo che la gente non si accorga di nulla, chi scende in campo (questa è un’altra espressione usata) lo fa riesumando vecchi simboli e antichi slogan. C’è chi si “intitola” democratico e all’occorrenza intona “bella ciao” facendo il più grave torto a chi ha combattuto per un Italia democratica e ce l’ha consegnata nuova e appassionata, ignorando ciò che sarebbe successo qualche anno dopo. C’è anche chi, per darsi un tono, rievoca il ritorno dei comunisti, mettendo paura anche tra i democratici che poi si rassicurano quando avvertono che il riferimento era diretto a loro. E tra i temi torna pure Mussolini che “ha fatto anche qualcosa di buono”, il “bunga bunga” (di destra) che è meglio del “banche banche” (di sinistra), la difesa delle tangenti, la promessa di paradisi (che nemmeno Maometto), con decorrenza dal 24 febbraio. E così via sempre giù in basso.

Perché di basso si tratta, anzi di una caduta libera, guidata da due leader tra i più sconsiderati che la storia politica conosca. Uno che non vuole fare campagna elettorale perché le congiunzioni astrali gli hanno detto che vincerà. E immaginando che il merito sia del caso, per non impedirgli l’opera preferisce tacere. E l’altro che (come nel film “svegliati Ned”) viene riesumato ed è convinto di giocare al casinò (l’accento è solo per una questione di riguardo verso chi legge) e punta al rilancio, promettendo feste se (per dirla con il Marchese del Grillo) … reggerà.

Ogni italiano sarà chiamato alle urne, ma non si vuole che sia proprio una elezione né una scelta democratica, figuriamoci se poi è anche libera. Altrimenti sarebbe un bel guaio! Rischierebbe di fare vincere la democrazia e di mandare in parlamento persone motivate e “lontane dai giochi”. Perché farlo? Come ci spiegano i più “accorti”: la politica è complicata e sporca e non si può lasciarla a chi non è compromesso o peggio animato da convinzioni fastidiose come la legalità e la correttezza istituzionale.

E allora ecco che viene fuori “il voto utile”, “il voto giusto”, la demonizzazione di chi parla in piazza in mezzo alla gente, il presagio di sventura se al Parlamento mandiamo un giovane senza legami con i partiti tradizionali. Ma soprattutto si tira fuori il “bipolarismo” e persino la favoletta della “elezione del premier”.

Forse è bene ricordarsi che nel nostro Paese non esiste il “premier” a meno che non si intenda il Presidente del Consiglio (che è un’altra cosa). E che questo non viene eletto, ma designato dal Presidente della Repubblica. E che (occorre ribadirlo), il “premier”, per essere nominato non occorre che sia un parlamentare, cioè, non occorre che venga eletto. Ma soprattutto che, nonostante vogliano farcelo credere, il sistema elettorale italiano non è bipolare.

Certamente lo era nelle intenzioni (senza entrare ne merito della loro bontà), ma come accade nel nostro Paese, dopo i tentativi di adottare il sistema elettorale “alla francese” o persino “all’inglese” o alla turca, si è optato per una legge che lo stesso autore (il genio Calderoli) per evitare di darle il nome, l’ha definita una “porcata”, da cui la denominazione “porcellum”. Che bell’esempio di rispetto delle istituzioni.

Per coglierne il “valore”, basti pensare che nel 1953 una legge analoga, ma più seria venne definita come “legge truffa” perché attribuiva il premio di maggioranza alla coalizione che avrebbe riportato la metà più uno dei voti validi. Oggi, grazie al “procellum” siamo messi peggio: la maggioranza di 340 seggi è assicurata alla coalizione (si fa per dire) con il maggior numero di voti, indipendente dalla percentuale conseguita (è così solo in Grecia e a San Marino).

Ma facciamo un torto alle intelligenze di qualcuno se pensiamo che una legge così sia stata una svista o sia ritenuta come qualcosa di cui vergognarsi. Non è così: il porcellum è pienamente funzionale. Per chi? Semplice: per i “i due leader”. Sì, perché ciò che si vorrebbe (che questi vorrebbero) è che il gioco delle elezioni si limiti nella scelta tra due soli leader e non nella partecipazione popolare per l’esercizio della rappresentanza, scegliendo tra tutti i partiti che si confrontano. Illudendo così gli italiani che il giorno delle elezioni andranno ad eleggere il loro “premier”, piuttosto che i parlamentari e la coalizione.

E così si consuma il copione della contrapposizione e della contesa a due. E uno dice dell’altro che è un pericolo per il Paese e tutti e due rappresentano come catastrofica l’attribuzione di voti a soggetti politici che non siano PD o PDL. E lo fanno con tale convinzione che dopo avere persino dato prova, per un anno, di esercizio congiunto di governo, si affannano a prendere le distanze da se stessi e dai provvedimenti adottati, pur di apparire (come direbbe Roger Rabbit) diversi e migliori di “come vengono disegnati”.

E la convenzione di rappresentare in modo esclusivo tutto ciò che è politico arriva fino al punto da considerare “antipolitico” tutto ciò che non sia espressione dei propri partiti e di quelli che hanno trovato un accordo.

Pensate al paradosso: Per Bersani, Berlusconi è “politico”, mentre Grillo è “antipolitico”. E l’argomento è speculare per Berlusconi.

E così viene coniata l’espressione “voto utile”, intendendo quello dato ai poli. E c’è, inevitabilmente il voto “inutile”, cioè quello dato a chi si esprime al di fuori di queste logiche. Ma anche lì si fanno le differenze: ci sono quelli che sono lontani, ma con i quali si prova la desistenza; quelli che sono rientrati nella sfera di influenza; quelli che si presentano come alternativi, ma si sa che saranno compagni di viaggio. Ma soprattutto ci sono quelli che sono considerati come nemici della democrazia perché…. Perché non vogliono fare gli accordi e rischiano di “rompere il giocattolo” se (per ipotesi) dovessero ottenere la maggioranza.

E l’informazione cosa fa? L’informazione è la prima ad avere paura del cambiamento e organizza incontri e talk show dove si va fino al dettaglio estremo sui fatti di Avetrana e dello zio Michele o sulla vita e le frequentazioni di Parolisi, ma quando si approda alla politica si rimane in superficie e si evitano i temi di carattere “politico”: al massimo si parla delle alleanza, con lo stesso tono con cui ci si interroga sugli amanti di Belen. Niente programmi, idee, proposte di cambiamento: Semmai boutade sulle promesse contrapposte.

In un recente programma di intrattenimento la conduttrice (nota intellettuale e persona impegnata) intervistando uno dei contendenti al di fuori dei poli (benchè non troppo lontano) pur di non farlo esprimere su questioni “politiche” e programmatiche ha portato l’incontro su temi scottanti quali: la birra, twitter, l’adozione di un cagnolino, il festival di Sanremo, ecc.

E il terrore per il cambiamento e la mobilitazione è tale che le notizie che riguardano i comizi in piazza, con la gente che partecipa anche sotto le intemperie vengono fornite come se si trattasse di cronaca nera o di perturbazioni atmosferiche, all’interno delle previsioni del tempo.

Qualcuno dice che nonostante tutto questo qualcosa sta cambiando. E dice che la gente ha capito che “non votare” è il gesto più stupido che si possa fare, proprio per favorire chi sta al potere, a cui basta il voto dei “propri elettori” e disturba quello degli “estranei”.

Mai come adesso è opportuno passare la parola che il cambiamento dipende solo da noi e non da una concezione fatalista della democrazia. E ancor meno da una visione contrapposta: non si va alle urne per scegliere tra Bersani e Belusconi. Si va alle urne per eleggere i nostri rappresentanti e “premiare” una coalizione tra tutte quelle che si presentano, con pari dignità. E mai come adesso, possiamo finalmente affermare che nessuna coalizione, in particolare, ha il diritto di avanzare pretese di primato ed esclusiva. Ma soprattutto dobbiamo rimandare al mittente la “paura” con cui vorrebbero mandarci a votare: quella del pericolo che potrebbe causare la “vittoria” dell’antipolitica. E fugare anche la convinzione che ogni voto attribuito al di fuori dei poli sia “inutile”. A fare bene i conti si apprende dai sondaggi fatti fino a qualche giorno fa, che i due poli, messi insieme arrivano a stento al 50%. Questo vuol dire che c’è una metà del Paese che è “di altri gusti” e soprattutto di “altre speranze”. E se quel giorno, nella solitudine dell’urna (dove Dio vede e Stalin no, per dirla con Guareschi) il Paese risvegliasse il proprio orgoglio e si esprimesse con libertà, fuori dagli schieramenti e rimandasse al mittente entrambi i poli? Certamente si farebbe festa e vedremmo la preoccupazione sulla faccia di chi oggi percorre le nostre strade cavalcando la spocchia del potere. Impegniamoci.