“Premetto che la modifica costituzionale su cui sono chiamati a esprimersi i cittadini italiani è poca cosa, solo un pezzetto di quella riforma più ampia che l’Italia attende da tempo. Ma la questione del referendum è molto semplice: l’Italia ha o no il più alto numero di parlamentari direttamente eletti d’Europa? Li si vuole tagliare migliorando il sistema o vogliamo mantenere il record? Tutto il resto è frutto di una narrazione che va al di là del merito della questione e che può includere ogni tipo di ragionamento, a seconda della fantasia a disposizione e di come si vogliono usare i dati a servizio delle proprie battaglie politiche e prese di posizioni. Eppure stavolta anche il quesito è chiarissimo, lapalissiano. Si sceglierà se portare il numero dei deputati da 630 a 400 e quello dei senatori da 315 a 200 o se mantenere le cose come stanno, col nostro insolito primato.

Le mie ragioni non coincidono con quelle dei promotori pentastellati, i quali hanno sprecato un’occasione per fare la vera grande riforma, quella del superamento del bicameralismo perfetto. Lontano da qualsiasi fremito anticasta o populista, ritengo che il motivo dei vantaggi economici sia irrilevante nella scelta a cui siamo chiamati il 20 e 21 settembre. Sebbene il risparmio ottenuto abbia un significato, se vogliamo anche dal valore simbolico ma nemmeno tanto modesto (fino a 100 milioni di euro l’anno e nel lungo termine, quando non peseranno più pensioni e contributi dei parlamentari, si arriverebbe a 500 milioni l’anno), non credo sia quella la ragione che faccia propendere a favore del taglio. La politica e le istituzioni hanno un costo che non può essere eliminato. Anzi, semmai sia valorizzato e serva da stimolo per accrescere il lavoro e la qualità del servizio offerto dai nostri rappresentanti (oggi le le Camere lavorano in gran parte dal martedì al giovedì). Le ragioni per cui ritengo che occorra dire sì sono di tutt’altra natura.

- E’ un dato di fatto che i parlamentari italiani sono troppi. Sono 37 anni che si dibatte sul tema e il taglio è stato inserito in ogni tentativo di riforma. Dalla Commissione Bozzi (1983-’85), alla bicamerale di De Mita e Nilde Iotti, a quella presieduta da Massimo D’Alema, ai Dieci Saggi voluti dal Presidente Napolitano, alla Bozza Violante, fino alla riforma del centrodestra del 2006 e a quella di Renzi del 2016. Segno che tutte le forze hanno ritenuto, anche contro i loro interessi, che la platea delle due Camere fosse troppo numerosa per il loro funzionamento e rispetto agli altri Paesi. Per questo la riduzione, per quanto promossa dagli intenti anticasta dei Cinque Stelle, non può essere bollata come un mero provvedimento populista, proprio perché parte integrante dei programmi di riforma dei vari partiti italiani in tempi non affetti da tendenze populistiche. Quel numero, 945, era stato introdotto nel 1963, quando non vi erano gli attuali 900 consiglieri regionali, introdotti nel 1970 (con potere legislativo territoriale) e gli altri organi di sottolivello come le città metropolitane e, se vogliamo, i 70 eurodeputati. Con 945 parlamentari (630 deputati e 315 senatori, senza i senatori a vita) siamo in vetta alla classifica europea seguiti dai 650 deputati britannici (non considero i Lord non elettivi e dal ruolo irrilevante ma anche contandoli saremmo secondi in classifica). La Francia ne ha 925 ma va detto che solo i 577 deputati sono eletti direttamente, mentre i senatori sono eletti da 150mila grandi elettori e sono esclusi dal voto di fiducia al governo. La Germania, con 83 milioni di abitanti, ha una Camera di 709 membri. Insomma, anche in rapporto al numero di abitanti (l’unico parametro che conta realmente), l’Italia detiene il primato con 1,57 deputati ogni 100mila abitanti, contro 1,2 della Spagna, 0,97 del Regno Unito, 0,86 della Francia e 0,85 della Germania. È vero che il taglio è numericamente significativo ma il risultato non sarà così drastico, anzi ci farà riallineare alla media europea, con 1 parlamentare ogni 100mila abitanti. Nessun rischio democratico, dunque, né in termini numerici, né per la logica che vorrebbe far coincidere la rappresentanza alla quantità, ma un approdo a valori normali, un cambiamento che porterebbe l’Italia nella media degli altri Paesi europei.
- Non è vero che riducendo i parlamentari si riduce la rappresentanza. I sostenitori del No stanno divulgando paragoni inesatti con gli altri Paesi europei, considerando ad esempio il numero solo della Camera dei Deputati, quando invece si dovrebbe includere anche il Senato che svolge le stesse identiche funzioni (i due rami del Parlamento appunto). Allo stesso modo stanno includendo nel paragone anche gli organi non eletti direttamente o che non svolgono funzioni legislative rilevanti. Non si può contare la Camera dei Lord del modello britannico, che non a caso in molti a Londra vorrebbero abolire. Nessuno dei 781 membri viene infatti eletto direttamente: sono quasi tutti nominati e siedono al loro posto a vita (o fino alle dimissioni), 92 sono lord per diritto ereditario mentre altri 26 membri sono vescovi della Chiesa d’Inghilterra. Nel computo vanno dunque considerati i soli 650 membri della Camera bassa (House of Commons). Stesso discorso per il Bundesrat tedesco, eletto dai governi federali dei Länder, che non viene considerato un secondo ramo del Parlamento e che quindi non va incluso nel paragone. Di conseguenza, anche lo spauracchio che stanno facendo girare i fautori dello status quo italiano, ossia un rapporto dello 0,7 che ci porterebbe agli ultimi posti della classifica in realtà, è del tutto errato e fuorviante perché conta solo i deputati escludendo i senatori (stesse funzioni, stesso tipo e tempo di elezione, stessa rappresentanza), che negli altri Paesi non ci sono o hanno altre funzioni e non sono eletti direttamente. A volte invece, quando prendono il paragone del totale complessivo dei parlamentari nei vari Paesi, includono le Camere Alte che non sono elettive e che non hanno poteri legislativi rilevanti. Una lettura strumentale ed errata. Si consideri poi che in Francia il governo ha proposto una riforma che taglia del 25% i membri delle Camere. Se la rappresentanza fosse un fattore numerico allora basterebbe fare il contrario: aumentare il numero dei parlamentari per averne di più. Piuttosto è la qualità dei suoi componenti e la disponibilità di adeguati strumenti decisionali e operativi che rende il Parlamento più efficiente. Dalla mia breve esperienza di assistente parlamentare ho potuto constatare che una gran parte dei deputati non partecipavano attivamente ai lavori delle Commissioni e dell’Aula, spesso si riducevano a meri esecutori di voti senza conoscere i provvedimenti in esame e lasciando ai più attivi e solerti colleghi l’onere di essere presenti, di avanzare disegni di legge, interrogazioni, scrivere e proporre emendamenti in commissione e in Aula. Insomma con il taglio verrebbe meno solo qualche decina di peones e si avrebberoeletti più responsabili e qualificati, magari dopo essere passati per una selezione più accurata da parte dei partiti. Le 14 Commissioni permanenti passerebbero da 45 membri ciascuna a circa 28, con un lavoro molto più agile ed efficiente, oppure potrebbero essere ridotte a 10 o si potrebbero assegnare due commissioni a uno stesso parlamentare. La cittadella di Montecitorio e annessi lavorerebbe meglio, con un uso più razionale degli spazi, con meno assistenti e senza la necessità di prendere in affitto gli altri palazzi dove con gli anni l’attività parlamentare si è espansa (ogni parlamentare ha un suo ufficio, più gli uffici di rappresentanza e quelli dello staff dei segretari di Presidenza, Questori e presidenti di Commissione). E, perché no, si ridurrebbe in parte anche la congestione del centro di Roma (date uno sguardo al parcheggio orripilante di via della Missione e alla sosta selvaggia attorno, in pieno centro storico). Si pensi che nel tentativo di risolvere l’annoso problema nel 2012 la Camera stanziò ben 5,6 milioni per la realizzazione di parcheggi per i deputati attorno a Montecitorio. Piccola cosa, ovvio, quasi una nota di colore, ma indicativa, e che si potrebbe aggiungere al paniere dei benefici.
- Nessun territorio perderà rappresentanza. Alle osservazioni avanzate dai sostenitori del NO secondo cui col taglio molti territori non sarebbero rappresentati adeguatamente, va prima di tutto fatto notare che i parlamentari italiani non rappresentano nessun territorio locale, ma anzi l’intera Nazione, senza vincolo di mandato, come recita la Costituzione. Sono eletti nei vari collegi ma non devono rispondere a essi. Si aggiunga poi che la legge elettorale in discussione, che forse sarà liquidata in Commissione e in una Camera già prima del referendum, in caso di approvazione della riforma, prevederà inevitabilmente una nuova distribuzione dei collegi. Attualmente per dettato costituzionale si registra già una sperequazione: la Basilicata, ad esempio, ad oggi con circa 580 mila abitanti così come l’Umbria con 880mila abitanti esprimono 7 senatori ciascuna (il minimo previsto), mentre la Sardegna con più di 1 milione e 640 mila abitanti, quindi tre volte tanto quelli lucani, ne ha solo 8. Il Molise, invece, che ha circa metà degli abitanti della Basilicata (300.000) ha solo 2 senatori.
- Nessun pericolo democratico per i costituzionalisti. Non è vero che i costituzionalisti ravvisano un vulnus democratico in questo provvedimento. Molti stanno citando la presa di posizione di 183 costituzionalisti come se fosse il giudizio assoluto dell’intera categoria. La verità è che un costituzionalista è un esperto di diritto costituzionale, la maggior parte professori universitari, e in Italia sono centinaia. Solo i soci afferenti all’Associazione Italiana dei Costituzionalisti (AIC) sono 390, ad esempio. E per molti che hanno scelto il NO, ce ne sono altri che hanno smontato quel documento (vedi Carlo Fusaso sull’Huffington PostCarlo Fusaro sull’Huffington Post). Piuttosto, potrebbe avere un valore maggiore il parere dettagliato di un ex Presidente della Corte Costituzionale come Valerio Onida. “Un Parlamento ridotto non funzionerà peggio – afferma – anzi potrebbe funzionare meglio. Le presunte conseguenze negative della riforma che vengono oggi agitate, non mi sembrano tali. Un Senato di 200 membri può lavorare benissimo».
- Un primo passo per le altre riforme. Infine, sono convinto che questa piccola modifica costituzionale possa dare avvio a una serie di riforme più ampie e organiche. L’input di una reazione a catena. Alcune minori già annunciate e incardinate, come la revisione del numero dei delegati regionali per l’elezione del Presidente della Repubblica, l’allineamento dell’elettorato attivo e passivo delle Camere, la modifica della base regionale per l’elezione del Senato e l’inevitabile e incisiva riforma dei regolamenti parlamentari. Altre di importanza ancora maggiore, come il superamento del Bicameralismo perfetto, un caso più unico che raro nelle democrazie occidentali, nato per rafforzare la centralità del Parlamento dopo l’esperienza fascista, e oggi del tutto inutile e controproducente. E si aggiunga la sfiducia costruttiva e il potere del primo ministro di proporre al Capo dello Stato sia la nomina che la revoca dei ministri (oggi ad esempio Conte non potrebbe sostituire la ministra Azzolina senza passare per le sue dimissioni, un rimpasto di governo e una nuova nomina da parte del Presidente della Repubblica).
Al di là del contenuto del referendum, il dibattito sembrerebbe inquinato da “una diatriba tutta politica, in cui la Costituzione resta nascosta dietro”, come ha rilevato l’ex presidente della Consulta Gustavo Zagrebelsky. Il punto semmai è un altro. Era proprio necessario un referendum confermativo su un provvedimento votato da quasi tutto il Parlamento? Oggi assistiamo a un cambio di posizione da chi pochi mesi fa aveva votato a favore (circa il 90% dei componenti e 97% dei presenti, con una maggioranza di gran lunga superiore ai 2/3 necessari per evitare il referendum). Non è questo il vero spreco di energie, denaro e tempo? Non è questo il vero regalo all’antipolitica che si nutre dell’incoerenza dei politici? Se, come amano ripetere i sostenitori del No, il Parlamento rappresenta l’elettorato, risulta pleonastico far convalidare ai cittadini il voto favorevole di quasi tutto il Parlamento. Il referendum è stato chiesto da alcuni senatori (gli stessi che avevano votato a favore in Aula), mossi soprattutto dal centrodestra con l’intento di dare una spallata al governo. Poi il Covid ha annullato la consultazione di marzo e ha cambiato le carte in tavole.
Insomma, da buon riformista avrei auspicato una riforma molto più ampia e so che questa è piccola cosa: ma non era un punto dei progetti di riforma del centrosinistra? Non era nel programma del PDS fino al PD? Che lo abbia fatto il M5S o il peggior politico di turno poco importa, se veramente teniamo all’obiettivo finale per il bene comune. E visto che per approvare una modifica costituzionale servono anni e tenacia (doppia lettura a distanza di tre mesi l’una dall’altra più l’ostruzionismo delle varie componenti) e visti i diversi falliti tentativi del passato non mi lascerei sfuggire questa piccola riforma. Non vorrei che per paura di cambiare o di trovare sempre un difetto corredato da un’interpretazione distorta dei fatti, si rimanesse di nuovo fermi al punto di partenza. La società cambia, alla politica si chiede di decidere di legiferare in modo rapido quando necessario ma gli strumenti sono obsoleti e inadeguati ai nuovi tempi. Forse qualcuno vuole usare questa battaglia per riposizionamenti e strategie politiche o semplicemente perché vede la Costituzione, anche nella sua seconda parte – quella che regola l’ordinamento delle istituzioni e che fisiologicamente deve essere cambiata col tempo – un tabù intoccabile. Da parte mia, coerentemente con la mia cultura riformista e scevro da indicazioni di partito o calcoli sul futuro del governo, ho deciso di dare un segnale e di fare una scelta nel merito: VOTO SÌ.
