Telemaco il padre non lo uccide, non ci pensa. Lo pensa da lontano. Basta aspettarlo, basta insistere. Davanti a questo padre che circola privo di capacità paterne, che è capace di stare lì ad infrangere norme, egli stesso padre bambino, padre-figlio, in una corsa che lo rende così simile. Intanto non troverà il tempo di domandarselo, come se non servisse. Che i tempi una volta, che c’era più rispetto, che tutto questo deriva dall’indifferenza, deriva, deriva dall’assenza di valori, deriva dalla deriva. Che poi gli anni ottanta erano stati gli anni di Craxi, quelli della Milano da bere, dell’edonismo, quelli in cui si erano sciolti ormai i migliori gruppi, e prendevano vita le reunion. Dopo lo scioglimento degli Smiths.
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Dopo che ci avevano spiegato che non valeva la pena più niente, che le riforme erano improrogabili, sempre a danno dei più deboli ovvio, grazie Margaret Thatcher, direbbe Loach, anche per la riscoperta della guerra. Non ci avevamo pensato. Adesso arrivano fino alla fine quelle patologie dei giovani, che fanno i conti con il padre-bambino, il padre-adolescente. Nell’attesa di un ritorno che non dipenda mai dal figlio, ma sempre e comunque dal padre. Da lì è iniziato tutto. Tutto quello che c’era da iniziare, tutto quello che c’era da finire. A volte l’hai guardato da vicino, a volte lo hai semplicemente ignorato tuo padre. A volte non sapevi neanche di cosa si parlasse, mentre il denaro diveniva la pietra angolare, quella su cui si misura, tutto. Anche i passi, anche le calze, anche il vestito, le calze, i giorni, il futuro, quello che poi scappa, e mica avverte, non lascia nessun messaggio. Fantasma.
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E’ morta la Tatcher in questi giorni. Siamo impantanati nella stessa condizione di sempre, siamo andati peggiorando, si parla di povertà, si parla continuamente di crisi, se ne parla e basta, di difficoltà. Di sfuggita parliamo di noi, non abbiamo più tempo. Non c’è stato mai il tempo. C’è da correre anche se non si conosce la direzione, se rimane oscura come questa notte. L’attesa finisce qui, almeno non ci si pensa più. Adesso è tempo di traversate, quelle che a volte venivano respinte per gli altri, grande l’incremento di coloro in Italia che emigrano in altri paesi, quelli una volta emergenti e oggi più realtà dell’occidente così tanto decantato. Declino dell’Impero. C’è lì un posto, lo ha lasciato tuo padre. Non dovrai che restare sul ponte e guardare le altre navi passare le più piccole dirigile al fiume, le più grandi sanno già dove andare.
Devi augurarti che la strada sia lunga.
Che i mattini d’estate siano tanti
quando nei porti – finalmente e con che gioia
– toccherai terra tu per la prima volta:
negli empori fenici indugia e acquista
madreperle coralli ebano e ambre
tutta merce fina, anche profumi
penetranti d’ogni sorta; piu’ profumi inebrianti che puoi,
va in molte citta` egizie
impara una quantità di cose dai dotti.
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Quante voci si levano per dire che poi, certo, non può continuare così, assisteremo ad un cambiamento, lo vedremo, è necessario, mentre intorno tutto rimane immobile. E quell’attesa si dilata, e rovescia il vocabolario conosciuto, e lo peggiora. Che significa a questo punto saggezza? E democrazia? E rivoluzione? E cambiamento? Te lo aspettavi? Era prevedibile? Che tempo ha la crisi, che non è più quella di astinenza. Il tempo guarirà tutto. Ma che succede se il tempo stesso è una malattia?