il commento di Jenny Crisostomi a margine dell’assemblea pubblica dell’aula Pucci
“Scrivo queste righe con un profondo senso di responsabilità, ma anche con la rabbia di chi vede il proprio territorio calpestato per l’ennesima volta. Rivolgo un plauso al comitato no-bio e a tutti i cittadini per l’impegno costante di queste settimane.
La sentenza del Consiglio di Stato che conferma il via libera al mega-biodigestore di Monna Felicita, non è la fine della nostra battaglia, ma l’inizio di una nuova fase, più dura e consapevole.
- Il debito storico e il “carico ambientale”.
Dobbiamo dircelo chiaramente: Civitavecchia ha già dato sopportando i fumi della centrale di Torrevaldaliga Nord e una pressione portuale massiccia. I dati del Dipartimento di Epidemiologia del Lazio e della ASL Roma 4 sono pietre: eccessi di mortalità per malattie respiratorie e tumori che non possono essere ignorati.
Il rischio di broncopneumopatia cronica ostruttiva (BPCO) per chi vive qui è superiore del 65% rispetto alla media. In questo quadro di fragilità sanitaria, aggiungere un impianto da 120.000 tonnellate annue di rifiuti non è “transizione ecologica”, è un insulto alla nostra salute.
- Il paradosso dei numeri e il tradimento della prossimità.
L’impianto proposto da Ambyenta Lazio è sovradimensionato in modo grottesco. Civitavecchia produce circa 8.000 tonnellate di organico all’anno. Perché dobbiamo ospitare una struttura che ne tratta 120.000?
C’è una violazione palese del “principio di prossimità” sancito dalle norme europee. Questo progetto porterà sulle nostre strade centinaia di camion ogni giorno, con un aumento esponenziale di traffico, rumore ed emissioni di ossidi di azoto e polveri sottili. Non accetteremo di diventare il terminale dei rifiuti altrui dopo essere stati il camino d’Italia.
- Le criticità scientifiche: oltre gli odori, non parliamo solo di “puzza”.
La biodigestione anaerobica su scala industriale presenta rischi che le relazioni tecniche tendono a minimizzare. L’emissione di ammoniaca è il principale precursore del particolato secondario che penetra nei polmoni e nel sangue. Inoltre, i medici della Società Internazionale dei Medici per l’Ambiente avvertono sulla dispersione di bioaerosol, funghi patogeni e geni di resistenza antibiotica che possono contaminare il digestato e, di conseguenza, i nostri suoli. Senza contare le perdite fuggitive di metano che rendono questo impianto climaticamente dannoso.
- L’arma legale: la Convenzione del 1999
Mentre TAR e Consiglio di Stato hanno valutato la legittimità degli atti regionali, resta aperto un tema che riguarda direttamente il rapporto tra Comune e privati. L’area interessata dal progetto ricade infatti nella Convenzione Urbanistica n. 150 del 1999, stipulata con la società Lamer Costruzioni, che prevedeva una serie di opere e obblighi di urbanizzazione. Nel corso degli anni, più amministrazioni hanno segnalato che alcune previsioni della convenzione risultano — secondo gli atti e le verifiche disponibili — non pienamente completate o comunque oggetto di contestazioni. Parliamo di infrastrutture, servizi e opere che costituivano parte integrante dell’accordo e che oggi richiedono una ricognizione tecnica aggiornata e trasparente.
In questo quadro, la domanda è istituzionalmente legittima: alla luce dello stato degli adempimenti, il Comune può avviare una verifica formale e valutare, se ne emergessero i presupposti, un’azione civile per la risoluzione della convenzione per grave inadempimento?
Le implicazioni sarebbero significative. La convenzione disciplina la disponibilità delle aree: se venisse meno per cause imputabili al privato, verrebbe meno anche il titolo che consente l’utilizzo dei terreni destinati al biodigestore. E senza la disponibilità delle aree, l’impianto non sarebbe realizzabile.
Non è una polemica: è l’esercizio ordinario delle prerogative pubbliche, fondato sulla verifica degli atti e sulla tutela dell’interesse collettivo.
- L’alternativa esiste. Ci dicono che “senza questo impianto i rifiuti andranno in discarica”. Menzogna. L’alternativa è il compostaggio aerobico pubblico, di comunità e di prossimità. Un impianto tarato sui bisogni reali di Civitavecchia (10.000 tonnellate), gestito pubblicamente, sicuro, senza produzione di biogas infiammabile e senza il traffico di centinaia di tir da fuori provincia.
Il compito è quello di difendere la dignità del nostro territorio e la salute dei cittadini che meritano un impegno senza sosta per fermare un’opera tecnicamente sovradimensionata, sanitariamente pericolosa e giuridicamente discutibile.
Chiedo a questa amministrazione un atto di coraggio oltre ad Imporre prescrizioni sanitarie stringenti tramite la ASL, chiedendo il monitoraggio continuo di inquinanti non normati. Dichiarare Civitavecchia area satura, respingendo ogni nuovo carico ambientale cumulativo. Non siamo cittadini di serie B. Su Monna Felicita la nostra risposta è stata, è e sarà solo una: NO“.
Jenny Crisostomi
