San Valentino, la festa degli innamorati. Il mio pensiero va a quelle persone che sono dovute emigrare, lasciando nel Paese d’origine il loro amore. In Italia, nonostante ci sia un equilibrio numerico tra uomini e donne migranti, ci sono delle differenze per ogni nazionalità che portano a dedurre che non si tratti sempre di coppie. Ad esempio, tra i migranti provenienti da alcuni paesi est-europei e latinoamericani c’è una maggioranza di donne rispetto agli uomini, così come per alcuni paesi africani e asiatici il numero degli uomini è superiore a quello delle donne. Negli ultimi anni, i ricongiungimenti familiari sono aumentati, ma statisticamente ci sono ancora molte persone che non vivono insieme al compagno, nonostante siano sposati.
Alcune persone sono partite in coppia, ma i cambiamenti dovuti alla migrazione hanno inciso anche sulla loro storia, portandoli a dividersi. Le preoccupazioni, il lavoro poco soddisfacente o mancante, il poco tempo a disposizione, le difficoltà materiali sono cause che incidono sul rapporto di coppia e sono comuni a tutti, a prescindere dalla nazionalità. Ma oltre a questi elementi, le persone che non si trovano nel loro Paese o città d’origine, devono fare i conti anche con altre variabili specifiche come le difficoltà di ambientamento, la lingua, lo shock culturale, la diffidenza, la discriminazione ecc. che possono logorare il rapporto. Ma queste realtà sono più o meno note.
Quello di cui non si parla o si parla troppo poco è la sfera privata. Manca, ad esempio, nella vita delle cosiddette “badanti”, “colf” e baby-sitter” che vivono insieme alle famiglie italiane per svolgere lavori di cura e assistenza. Non sono poche le donne migranti che non hanno tempo e spazio per vivere la loro vita intima. Avendo a disposizione solo una stanza e poche ore al giorno da dedicare a se stesse e non avendo una loro privacy, queste donne sono deprivate della loro vita sentimentale.
Un modo di festeggiare la giornata degli innamorati e dell’amicizia in modo alternativo sarebbe quello di approfittare di quest’occasione per passare più tempo insieme ai nostri cari che solitamente lasciamo in cura alle migranti e regalare a quest’ultime una giornata libera da dedicare ai loro affetti. Sarebbe un riconoscimento della persona e del suo diritto a una vita privata, nonché una presa di coscienza del fatto che la “missione” di prendersi cura delle famiglie altrui sia solo l’aspetto lavorativo della loro vita. Consideriamole anche donne e non solamente lavoratrici!

