I dati statistici sulle reazioni avverse al vaccino che vengono presi in
considerazione a livello istituzionale o dai medici italiani per dimostrare l’innoucuità del farmaco non hanno alcun valore statistico e concreto.
Perché in Italia la vigilanza sui vaccini è affidata a quella che viene in gergo definitiva farmacovigilanza passiva.
In pratica, si aspetta che i genitori del bambino vaccinato vadano spontaneamente a denunciare la reazione avversa riscontrata (più o meno grave) dopo la somministrazione o ci si affida alla buona volontà del medico che voglia riconoscerne la correlazione e promuovere gli atti per la segnalazione dell’evento.
In buona sostanza, colui che dovrebbe assicurarti la massima attenzione per la tutela della salute riguardo qualsiasi trattamento sanitario è lo stesso che dovrebbe riconoscere la connessione pregiudizievole.
Si tratta di dati, quelli raccolti in base a questa metodologia, assolutamente inattendibili e non coincidenti con la realtà delle reazioni avverse reali. A dimostrarlo uno studio effettuato in Puglia dove è stata attuato, invece, un esperimento di farmacovigilanza attiva.
In pratica, non si è atteso che il genitore denunciasse la reazione avversa, ma il dato è stato ricavato da una osservazione diretta dei medici. Il risultato è stato sorprendente: su 1.672 bambini tenuti sotto osservazione, gli eventi avversi gravi correlati alla vaccinazione hanno avuto un’incidenza del 40,69 su mille (significa 4 su 100).
Si è voluta l’anagrafe vaccinale nazionale mentre non si vuole la vigilanza e monitoraggio attivo dello stato di salute dei soggetti vaccinati.
Perché? A chi giova impedire una reale raccolta dei dati?
Cerchiamo risposte.
Dott.(giur.) Nicola Di Meo
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