Quasi tre anni. Per ricostruire le ultime ore di vita di Federica. Cercando luce nella nebbia fitta di una storia di cronaca controversa. Cercando verità al di là di quella spiaggia che il primo novembre del 2012 è stata teatro di una morte fino a poche ore fa ancora avviluppata tra misteri, perizie, domande, speculazioni scandalistiche, lacerazioni familiari. I genitori di Federica si sono sempre impegnati affinché il caso non venisse archiviato, come inizialmente stava per avvenire. E il 17 luglio scorso il gup di Civitavecchia ha condannato Marco Di Muro, fidanzato di Federica Mangiapelo e unico indagato per il decesso della 16enne, a 18 anni di carcere, apponendo un primo sigillo sul caso de “la ragazza del lago”. Il riepilogo degli eventi nelle parole di Luigi Mangiapelo, il padre della ragazza.
Luigi, Marco Di Muro è stato riconosciuto come colpevole di omicidio. Gli avvocati del giovane hanno annunciato che faranno ricorso. Come legge questo (primo) epilogo giudiziario della vicenda?
Credo sia normale che gli avvocati, come hanno già dichiarato, facciano ricorso. In sede processuale hanno già tentato in tutti i modi di smontare le prove che riconducevano a Marco. Il gup tuttavia ha dato sostegno alla nostra tesi, andando anche oltre i 16 anni chiesti dal pm Eugenio Rubolino, dando anche peso alle aggravanti, ovvero la minore età di Federica e il fatto che in un posto così isolato e in orario notturno sarebbe stato ancora più difficile per Federica chiedere aiuto. Non so che cosa potranno inventare gli avvocati difensori di Marco Di Muro, non vedo quali elementi nuovi possano apportare per ribaltare la situazione. Per quanto mi riguarda personalmente 18 anni non sono nulla rispetto alla morte di una persona. Anche se siamo nei margini di quanto previsto della legge. Ho parlato con il pm e so che hanno applicato il massimo della pena per legge, sarebbero stati 24 anni, lo sconto di pena dipende dal rito abbreviato. Quindi, a livello giudiziario possiamo ritenerci soddisfatti. Dal punto di vista personale mi sono reso conto che sì, la ricerca della verità e della giustizia sono importanti, sono necessarie. Ma ora resta il vuoto. All’uscita dall’aula di tribunale dell’ultima udienza, ho sentito tutto il dolore per una mancanza che nulla può recuperare.
Un percorso tortuoso, tante le versioni che si sono stratificate, dalla morte per miocardite all’omicidio per annegamento, da una prima autopsia che non aveva rilevato elementi, alle ripetute perizie. Che cosa hanno significato e segnato questi tre anni di ricerche e di tribunale?
Beh, va detto che questo percorso stava per finire nel dimenticatoio. Sono state fatte tante analisi, tante perizie. Il giudice all’inizio stava per archiviare il caso di Federica. Il medico legale da noi incaricato ha lavorato molto. Abbiamo anche assunto un geologo per comprendere il livello delle acque del lago in relazione alla posizione di ritrovamento del corpo di Federica, proprio per capire come e se fosse possibile una morte naturale o se appunto Federica fosse stata spinta in quelle acque. Abbiamo fatto tutto il possibile per ricostruire scientificamente gli eventi. Ed è chiaro quello è emerso: Federica e Marco hanno litigato, sono finiti in acqua e in un momento di follia Marco ha affondato la testa di Federica in acqua. Lo conferma la sentenza di condanna. Ci sono voluti due anni e otto mesi per arrivare a questo. Un punto di svolta fu sicuramente l’incidente probatorio. Fu un dibattito a livello medico e scientifico molto intenso. Che ha portato agli arresti di Marco e ad innescare il percorso che ha portato poi alla sua condanna. Ma quello che poteva risolversi in un anno, si è protratto per quasi il triplo. E’ stato un lungo travaglio. Anche nell’ultima udienza la difesa di Marco ha cercato di smontare e rimontare come in un film i tasselli della storia e questo ci ha comunque procurato agitazione, nel timore che potesse di nuovo capovolgersi qualcosa, davanti al giudice. Eravamo sempre col fiato sospeso. Almeno questa tappa ora invece è raggiunta. Anche se siamo distrutti.
