
di Ginevra Amadio
Johnny Depp è tornato. Sempre più inumano e camaleontico nei panni di un Cappellaio Matto in stato di grazia. Con lui torna anche Mia (Wasikowska, s’intende), perennemente adolescente nei panni di un’Alice cristallizzata come la tradizione vorrebbe. Per il resto c’è un po’ di Tim Burton anche se stavolta si limita a fare l’aiuto chef di un giovane James Bobin che sa bene quali ingredienti mixare per non trasformare un piatto succulento in una pietanza disastrosa. Sua Signora Disney ha spalancato di nuovo le porte del Paese delle Meraviglie e, stavolta, ha osato di più. Ha fatto passare Mia attraverso lo specchio, trasportando sullo schermo il sequel del famoso libro di Lewis Carroll fin troppo offuscato dalla grandezza del primo.
Se dal 25 maggio gli spettatori italiani possono godere della bellezza visiva di un film che deve a Carroll tanto quanto ad esso toglie, è bene fare un po’ di chiarezza su una delle figure più controverse della storia della letteratura, padre di due opere di straordinario ingegno creativo che si rischia, ora più che mai, di confondere con l’impatto visivo e totalizzante di un cinema sì stupefacente, ma spesso ingannatore. Quello che oggi ha dato a Bobin le chiavi per accedere a un successo assicurato al botteghino è un volume delicato e malinconico, per certi versi persino più “alto” del precedente e che con questo ha in comune l’ampio utilizzo di figure retoriche, giochi di parole, proverbi e riferimenti alla realtà british del tempo. Se nel Paese delle Meraviglie si “giocava” con le carte, in Attraverso lo specchio sono gli scacchi ad avere un ruolo cardine, come esplicitato in apertura da Carroll attraverso il sapiente inserimento di uno schema di gioco. La storia poi prende il là sei mesi dopo la fine del primo volume, con un’Alice sempre infingarda e curiosa che scopre di poter passare attraverso lo specchio del suo salotto.
È la stessa ragazzina del magnum opus, quell’Alice Liddell che fu per Charles Lutwidge Dodgson (nome d’arte di Lewis Carroll) croce e delizia di tutta una vita. Per anni dipinta come la musa proibita del pedofilo immaturo, la bambina fu ispirazione reale e sincera di quello che nel Settecento era un amico di famiglia e che nel corso del tempo divenne il professor Humbert di Daresbury invaghitosi ossessivamente di una Lolita in età prepuberale. L’intestazione alla prima copia del Sottomondo («Come regalo di Natale a una cara bambina in memoria di un giorno d’estate») suonava troppo accorata per nascondere un semplice affetto amicale e quelle foto di Alice con la spalla scoperta erano troppo disinvolte per essere semplici scatti d’autore. Lewis Carroll è passato alla storia come l’autore geniale innamorato delle ragazzine, chiuso in un mondo fermo allo stadio infantile della vita di ognuno. Troppe poche parole sulla grandezza della sua opera – solo in apparenza fiaba per bambini – e troppi pettegolezzi trasformatisi in lettere scarlatte infami da affiggere sul petto.
Eppure Carroll amava le adulte, e provava per Liddell l’affetto che si può nutrire nei riguardi di una figlia. È una fortuna che la Castelvecchi abbia deciso di pubblicare la versione italiana di In the Shadow of the Dreamchild, la biografia dell’autore ad opera di Karoline Leach. Qui è racchiuso tutto il segreto della vita di Dodgson, il cui svelamento parte dalle pagine mancanti del diario dello scrittore in cui, il 27 giugno 1863, annotava i motivi della rottura con la famiglia Liddell. Nessun accenno alla fantomatica proposta di matrimonio avanzata alla bambina, quanto piuttosto un allontanamento causato dall’insorgere della passione nei confronti di “Ina”, la quale potrebbe essere tanto la sorella quanto la madre di Alice, Lorina. Altro che universo infantile e amore deviato.
Lo stesso acrostico contenuto nel dodicesimo e ultimo capitolo di Attraverso lo specchio e ciò che Alice vi trovò (un poemetto che, letto dall’alto in basso concentrandosi sulla prima lettera di ogni verso, forma il nome «Alice Pleasance Liddell») sarebbe un semplice omaggio a una piccola amica che ispirò una storia grandissima. È dunque ora di de-strumentalizzare il Lewis Carroll “bambino” troppo a lungo monopolizzato dagli adulti “a modo”, per rimettere ogni cosa al suo posto e rendere, anche ad Alice, finalmente ciò che è di Alice.
