La giornata, promossa dalla Comunità Sant’Egidio, ha fatto incontrare i giovani con la scrittrice Tea Ranno e il protagonista del suo libro “Un tram per la vita”, scampato al rastrellamento del Ghetto di Roma nel 1943
di Cristiana Vallarino
Poco più di un’ora è bastata a Tea Ranno ed Emanuele Di Porto, martedì pomeriggio, per trasportare i giovani ospiti della Comunità “Il Ponte” del Centro di via Veneto, nella Roma del 1943, come era già avvenuto la mattina con gli ancor più giovani allievi delle elementari e medie del Comprensivo “Galice”.
La giornata è stata dedicata all’iniziativa che rientra nel Progetto di Educazione alla pace e alla memoria, a cura della Comunità Sant’Egidio, illustrato dalla responsabile Antonella Maucioni, che ha dato il benvenuto e introdotto l’incontro insieme al presidente de “Il Ponte” Pietro Messina.

Si trattava di presentare il libro “Un tram per la vita”, in cui la scrittrice di origine siciliana, romana d’adozione, ha raccontato la storia di Emanuele Di Porto, oggi 91enne, che si salvò dal rastrellamento del Ghetto del 18 ottobre grazie alla madre che lo buttò giù dal camion che l’avrebbe condotta alla morte a Birkenau e grazie alla generosità e al coraggio degli autisti che gli permisero di vivere due giorni e due notti su un tram, nutrendolo e tenendolo a riparo dai nazisti.
Tea Ranno ha raccontato di come, dopo averlo visto in tv ospite di Alberto Angela, si sia attivata per contattarlo, tramite un suo amico di Gerusalemme. E come, da allora, si sia documentata immergendosi nei tragici fatti dell’epoca. Materiali che sono serviti alla sua abilità di scrittrice per intrecciare la bella storia, di speranza e di vita appunto, del ragazzino Emanuele, con la cronaca e con altre vicende vissute, dentro e fuori dal Ghetto. La Ranno ha spiegato che per dare corpo al racconto di Emanuele ha necessariamente dovuto inserire dialoghi o brani di fantasia, ma tutti rigorosamente verosimili.
Ma ad affascinare la platea, attenta e curiosa, sono state sicuramente le parole di Emanuele Di Porto, che col suo colorito romanesco ha ripercorso i giorni prima del 18 ottobre, quando gli ebrei del Ghetto avendo consegnatoi i famosi 50 chili d’oro ai nazisti si sentivano al sicuro, e quelli dopo, quando senza sua madre, lui a soli 12 anni è diventato il capofamiglia: di suo padre caduto in depressione dei suoi 5 fratelli e sorelle.
I suoi aneddoti e racconti sono stati parecchi, alcuni anche divertenti, nonostante tutto. Alla fine, incalzato da diverse domande dei ragazzi e di alcuni operatori che già avevano letto il libro, alcune davvero originali, Di Porto ha ammesso di sentire molto il suo ruolo di testimone della Shoah, soprattutto perché la sua è una storia a lieto fine, a dimostrare che la speranza resta viva anche in tempi di tragedia.

In chiusura, la Maucioni ha ricordato che, perché ci siano salvati, esistono i Giusti, cioè quanti, a rischio della propria vita, allora come oggi, si impegnano per aiutare i perseguitati.
Quell’ora a “Il Ponte” con Ranno e Di Porto offrirebbe ancora molto da scrivere, ma poi si rischia di rovinare la lettura del libro, edizioni “Piemme Il Battello a vapore”, adatto anche ai lettori giovanissimi. Che naturalmente è stato messo in vendita nella sala, con le dediche dell’autrice e del suo protagonista.
