Sono usciti una serie di articoli sulla vicenda degli assembramenti sanzionati a Roma venerdì 15 gennaio 2021. Essendo coinvolti personalmente in questi episodi – nella fattispecie siamo le 9 persone sanzionate in Piazza Testaccio – ci terremmo a chiarire alcuni punti. Non era una festa di laurea (abbiamo tra i 30 e i 40 anni, tanto per non demonizzare i “giovani”): tra tutte le limitazioni e gli autosacrifici che ci stiamo imponendo, abbiamo consapevolmente scelto di dedicare un breve e raro tempo a quelle relazioni la cui cura salvaguarda la nostra salute insieme a molte altre misure. Eravamo insieme in modo tale da permettere a tutti e tutte di prendere le dovute precauzioni, e proprio per questo eravamo all’aperto, in una piazza, osservando le distanze interpersonali e indossando la mascherina.
Vogliamo esprimere preoccupazione rispetto alla direzione che stanno prendendo le norme per il contenimento del contagio, sempre più mirate allo svuotamento di tutti quegli spazi pubblici non esplicitamente votati al consumo, rispingendoci verso un privato considerato – a torto – più sicuro: uno dei poliziotti ci ha persino esplicitamente consigliato di riunirci in uno spazio chiuso.
Sembra inoltre che la polizia sia arrivata a seguito della chiamata di un residente che stava filmando “l’assembramento”, ricordandoci come questa deriva criminogena stia contribuendo a rendere più fragile quella coesione sociale in questo momento fondamentale per la risposta collettiva alla crisi sanitaria.
Vista la risonanza sulla stampa, l’impressione è che l’operazione sia stata costruita ad hoc, alla ricerca di capri espiatori da punire per dissuadere dalla semplice presenza nello spazio pubblico dopo il tramonto e la chiusura delle attività commerciali, anche nelle modalità più rispettose della sicurezza collettiva. Un’operazione che già solo nel nostro caso ha prodotto sanzioni per 3.600 euro, ingiunte a 9 persone dal reddito incerto, reso ancor più precario dall’anno trascorso.
Come ci poniamo di fronte alla discrezionalità con cui viene applicata una norma, basata sull’aleatorio concetto di “assembramento”, che nemmeno la polizia di Roma Capitale ha saputo definire?
Negare la relazione tout-court nello spazio aperto è una strategia che possiamo accettare ancora a lungo? O è forse proprio la dimensione relazionale che ci permette di sopravvivere come collettività, materialmente ed emotivamente, alla durezza del momento?
Per concludere ci chiediamo se la chiave non sia trovare una via d’uscita che tenga insieme la prevenzione del rischio e l’espressione della socialità senza scadere nella polarizzazione tra negazionismo e paura paralizzante.
