Dal dizionario, alla voce memoria: “Sostantivo femminile…la capacità di conservare traccia più o meno completa e duratura degli stimoli esterni sperimentati e delle relative risposte…in senso più ampio si parla di memoria storica, o collettiva, per indicare i valori che, derivanti dalla conoscenza della propria storia e dalla tradizione, costituiscono il patrimonio spirituale di un popolo (o anche di un gruppo, di una classe sociale) e gli danno coscienza della propria identità…” La grammatica parla chiaro, la Memoria è femminile, ma spesso è coniugata al maschile quando si tratta di rendere omaggio o onorarla, così sovente accade che, soprattutto per gli eventi storici fondanti della nostra nazione, ci si ricordi degli uomini e poco delle donne che hanno contribuito non da comparse, alla realizzazione di quella che la nostra Repubblica.
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Le donne della Resistenza ad esempio hanno rappresentato una componente fondamentale per tutto il movimento partigiano, donne impegnate nella propaganda antifascista, donne che raccoglievano fondi e fornivano assistenza ai bisognosi, donne che lottavano per l’emancipazione e per i propri diritti e donne impegnate in prima linea nelle operazioni militari. Durante la Seconda Guerra Mondiale, con gli uomini chiamati al fronte, la donna assunse un ruolo fondamentale per l’economia e la produzione italiana, non più genitrice e custode del focolare domestico come la aveva vista per due decenni il regime fascista, ma protagonista e artefice del proprio destino.
Passare da operaie e contadine a manifestati e sabotatrici contro gli occupanti nazisti fu un passaggio quasi naturale. Staffette, combattenti, politiche, in quegli ultimi anni della guerra le donne seppero ritagliarsi un ruolo anche andando contro quello che era ormai il pensiero comune, cioè di essere inizialmente di tipo “assistenziale e di propaganda”, e per tanti anni il sostegno delle donne nel movimento di liberazione fu etichettato come “blando” e non adeguatamente riconosciuto.
La Storia dimostra ben altro, i dati ufficiali dell’ANPI parlano di circa 70.000 di cui almeno 35.000 combattenti sul campo. Quasi 5.000 vennero arrestate, torturate e condannate dai tribunali fascisti, quasi tremila uccise in combattimento e altrettante deportate nei campi di concentramento. Di tutte queste donne, ragazze, giovani, solo 19 ottennero la medaglia d’oro al valore militare il resto fu dimenticato. Finita la guerra tornarono nelle loro città e nelle loro case e per molti anni restarono anonime.
Mi piace ricordarle con i volti delle immagini di quei tempi, con i sorrisi seppiati delle foto degli anni ’40, con le gonne lunghe e i capelli lunghi sulle spalle, mi piace immaginarle con la loro femminilità al servizio di un ideale, capaci di offrire un impegno uguale e diverso, perché le donne se fanno una cosa come gli uomini la fanno comunque diversa che non vuol dire migliore o peggio ma comunque diversa. Mi piace immaginarle nelle riunioni sul da farsi a dire la propria e a rendere piu fluide le discussioni, con la macchinetta del caffè pronta, il pane imburrato sul tavolo, il tocco di femminilità che non è debolezza ma è cura, attenzione e sensibilità.
Me le immagino sistemarsi per bene prima di partire per una missione, baciare sulla fronte i bambini, le mamme e i papà anziani, lasciare la cucina in ordine, sistemare le poche cose rimaste in casa e partire. Me le vedo su per i monti, negli uffici della burocrazia, nelle strade in clandestinità, fare finta di nulla col cuore in gola, a portare dispacci , messaggi, portare viveri ai combattenti, combattere loro stesse, preparare imboscate, organizzare le retrovie, trasportare armi come fosse la sporta della spesa. Mi par di sentire le loro voci lanciare messaggi in codice, canticchiare per la strada, fischiettare per farsi riconoscere, sento i loro silenzi durante gli interrogatori di fronte alla ferocia nazifascista, le grida strozzate sotto tortura, le lacrime per le violenze subite, la dignità di fronte al plotone di esecuzione.
Vite che danno vita che scelgono di essere vive, un gioco di parole per dimostrare che la donna c’è sempre: in casa, nei campi, nelle officine, negli uffici, per le strade, negli ospedali, sui monti, nei combattimenti, nella prigionia, nella liberazione, con il solito ineguagliabile impegno, con la solita tenacia silenziosa, con il solito piglio di chi sa che la VITA è sacra e che va difesa ad ogni costo, anche della propria vita! Poi tornarono a casa, alla loro vita quotidiana sapendo che tutto era cambiato e che tutto non poteva più essere come prima. Il nostro ringraziamento e la nostra memoria Femminile deve essere alimentata continuamente proprio per ricordare che le donne vissero la consapevolezza di combattere per una causa giusta e che in numero considerevole partecipano alla formazione dell’opposizione antifascista, fulcro della guerra di liberazione.
Nell’immediato dopo-guerra, infatti, le donne italiane conseguirono il diritto di cittadinanza, attraverso il voto, quale pieno riconoscimento della loro ormai matura coscienza politica. Solo allora viene affermata l’eguaglianza nei diritti del lavoro e nella famiglia, grazie alla Costituzione repubblicana, “Che è il frutto più maturo della Resistenza“, come ricorda Marina Addis Saba.
“Senza il concorso spontaneo e generoso delle donne, la Resistenza non ci sarebbe stata in Italia, o sarebbe stata un fenomeno minore, trascurabile” Angelo Del Boca.
