Violenza di genere ed emergenza Covid: i dati statistici • Terzo Binario News

Violenza di genere ed emergenza Covid: i dati statistici

Nov 25, 2020 | Cronaca, Polizia

Sono state effettuate analisi specifiche sui delitti denunciati in questo periodo, raffrontati con periodi precedenti; i dati statistici ci hanno mostrato a volte numeri in calo, ma è proprio il numero delle donne vittime di omicidio per motivi di violenza di genere (il cosiddetto femminicidio) che fa emergere quei fattori culturali sottesi al fenomeno in esame, più volte evidenziati: la necessità da parte del “carnefice” di controllare la sua preda. Questo è riportato dal Report annuale della Polizia “Questo non è amore” sulla violenza di genere.

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Isolamento forzato e violenza di genere

L’isolamento forzato imposto come misura di emergenza ha consentito infatti, nella maggior parte dei nuclei familiari a rischio, di non avere motivi per far degenerare una semplice discussione: la donna stava in casa, per forza, e l’uomo poteva esercitare, indisturbato il suo controllo. Il suo ex (fidanzato, compagno, marito) non poteva circolare liberamente per cercarla, anche per quel tragico ultimo incontro. È proprio alla fine del lockdown che i numeri degli omicidi volontari, che hanno i connotati sociologici del femminicidio, hanno ripreso ad impennarsi.

report 3

Violenza di genere: i dati dell’Anticrimine

I dati raccolti attraverso le segnalazioni delle Divisioni Anticrimine, che ci rendono testimoni privilegiati di questo fenomeno, ci hanno consentito di effettuare un quadro del fenomeno generale, sotto un profilo prettamente operativo. Tra i delitti censiti, rientranti nella violenza di genere, più della metà è rappresentato dai maltrattamenti in famiglia. Nei maltrattamenti in famiglia, l‘81% delle vittime sono donne (media calcolata sulle denunce censite dalle Divisioni Anticrimine in un singolo giorno). Dalle segnalazioni delle Divisioni Anticrimine emerge che nel 62% dei casi l’autore dei reati rientranti nella violenza di genere è il coniuge, convivente, fidanzato o ex partner. Le donne vittime di violenza, dopo le italiane, sono in percentuale maggiore quelle di nazionalità romena, seguite da quelle nate in Marocco. L’incidenza percentuale di donne che denunciano di aver subito maltrattamenti o altri delitti di genere viene registrata in Campania, e subito dopo in Sicilia, smentendo il luogo comune che al Sud ci sia una scarsa propensione a rivolgersi alle Forze di Polizia.

I primi segnali di violenza

“La prima storia che racconteremo, infatti, è una di quelle finite male, una di quelle storie in cui ha vinto il silenzio. Ma c’è un motivo particolare per cui abbiamo scelto questa storia. Che la violenza di genere sia un’emergenza nazionale è ormai noto: essa va combattuta non solo dal punto di vista normativo e giudiziario, ma soprattutto sotto il profilo culturale e mediatico. Come dice il nostro Capo della Polizia, un ruolo importante lo deve giocare la comunità, che rispetto a tutto l’apparato legislativo, di polizia e di rete, sembra essere rimasta indifferente”. Questo quanto raccontato nel report della Polizia “Questo non è amore”.

“Bisogna informare a qualsiasi livello e con la consapevole convinzione che questo tipo di violenza non può essere “normalizzata” nel discorso pubblico; non possono essere lasciati spiragli ad alcuna giustificazione, né tanto meno vanno colpevolizzate le vittime. E tra i titoli di giornale che parlavano di questa ennesima donna uccisa dal compagno violento, qualcuno definiva lui “un bravo ragazzo” “geloso”, ma, soprattutto, affermava che “non c’erano stati segni premonitori”. E invece, come hanno potuto constatare gli investigatori, i segni c’erano ed erano evidenti agli occhi di chiunque avesse avuto modo di incontrare, anche solo una volta, quella donna. Nessuna violenza può trovare giustificazione (raptus, troppo amore, gelosia) e il fatto che molte di queste morti violente siano inserite con indulgenza nella cornice narrativa del dramma degli uomini separati è preoccupante, soprattutto perché rischia di rendere nullo lo sforzo fatto per convincere le donne a parlare, a uscire fuori da una spirale di violenza che esse stesse già giustificano per prime, colpevolizzandosi”.

“Immacolata”: il racconto della dottoressa Rosaria Di Blasi, funzionario della Squadra Mobile di Messina

“È una mattina come tutte le altre e siamo da poco arrivati nei nostri uffici, inconsapevoli che sarà una giornata di quelle che un poliziotto non potrà più dimenticare. Le volanti giungono a casa di una giovane donna trovata morta. Ci precipitiamo anche noi in quel quartiere periferico dove Immacolata, così si chiama la vittima, viveva da sola. Il suo corpo è a terra, ai piedi del letto, nella camera dove il materasso spostato e i soprammobili rotti sono l’emblema dell’epilogo tragico di una violenta lite. Il paradosso è che quel giorno è il 7 marzo, la vigilia della Festa della Donna! Qualcuno l’ha aggredita ed uccisa nella notte, qualcuno ha violato l’intimità di quella abitazione dove si sarebbe dovuta sentire libera ed al sicuro. Il suo corpo è piccolo e minuto tanto da sembrare una bambina, nonostante avesse già 30 anni, mentre i capelli scuri, così lunghi e folti, sembrano voler nascondere una parte di quei lividi che l’hanno deturpata ovunque. Non conosciamo la sua storia, nessuna denuncia, NESSUN INTERVENTO DELLE FORZE DELL’ORDINE PRIMA DI ALLORA, NESSUNA CHIAMATA AL 112NUE , era una ragazza comune e normale. I primi accertamenti, le testimonianze acquisite e le contraddizioni emerse nel racconto del fidanzato, ci inducono a sospettare che sia stato proprio lui ad ucciderla. Dopo ore di domande incalzanti, confessa l’omicidio, lo fa dopo averci chiesto una sigaretta, con la bocca asciutta e fissando in lacrime le proprie mani, perché è con quelle mani, ci dice, che ha massacrato di botte fino ad annientarla la donna che sostiene di amare. È stata l’ennesima reazione dovuta ad una gelosia malata che esplode così, senza un valido motivo e, come spesso erroneamente sostengono i testimoni, senza alcun preavviso. Adesso però Immacolata non può più preservare il suo carnefice con il “silenzio”, come aveva fatto sempre fino ad allora, perché è morta e solo il rumore assordante di quella morte ci dà il permesso di conoscere la sua vera storia. Si conclude così la nostra giornata “che non si può scordare”, intrisa di mesto e soffocante silenzio, perché anche noi siamo zitti, come lo era stata da sempre Immacolata. Nessun entusiasmo mentre accompagniamo l’arrestato in carcere, ma solo tanta amarezza per non aver avuto la possibilità di salvare una donna che purtroppo abbiamo conosciuto solo oggi, con il suo corpo da bambina ai piedi del letto, quando ormai non poteva più “veramente” parlare. Avrei voluto incontrarla prima, avrei voluto che lei si fosse fidata di noi, ci avesse inondato di parole raccontandoci ad alta voce ciò che stava vivendo, avrei voluto che uno schiaffo da lei subito non fosse stato “solo” uno schiaffo e ci avesse permesso di aiutarla in tempo … Allora sì che l’avrei guardata in quegli occhi tristi e amari, ma ancora vivi, per dirle: “NON LASCIARE, IMMACOLATA, CHE IL TUO SILENZIO TI UCCIDA!”.