A gennaio, dopo le feste natalizie – che per il Pd di Ladispoli sono forse iniziate troppo presto – la campagna elettorale verso le amministrative 2017 entrerà nel vivo. Probabilmente si vedranno spuntare liste di cui non si è mai sentito parlare e il quadro politico, che ora sembra statico e abbozzato in tre o quattro blocchi, subirà un’evoluzione o piuttosto un’involuzione verso il disordine e la frammentazione.
In direzione opposta viaggia l’ipotesi che da qualche settimana occupa, o meglio infesta, il dibattito interno al centrosinistra. L’opzione, che durante l’assemblea degli iscritti avrebbe ottenuto il sostegno del sindaco Crescenzo Paliotta e che sembrerebbe avere il placet di una parte consistente del Pd, può essere definita come “ammucchiata”, o meno gergalmente große Koalition, “grossa coalizione”, larghe intese, e così via. Il tentativo sarebbe quello di mettere in piedi una coalizione che tenga insieme forze eterogenee come il gruppo di Sel, la sinistra del Pd, le varie forze civiche presenti nel Pd ma che allo stesso tempo si muovono in totale autonomia dallo stesso, fino al gruppo di Ladispoli 2.0 di Piero Ruscito e del presidente del consiglio comunale Emanuele Cagiola.
Ancora nulla di deciso. Ma che se ne parli è un fatto che nessuno è stato finora disposto a negare. D’altra parte l’assessore ai lavori pubblici Marco Pierini, che non a caso lo scorso settembre ha volontariamente lasciato la carica di vice-segretario provinciale Pd, già prima dell’assemblea di domenica 11 dicembre aveva fatto presente la sua disponibilità a costruire un progetto programmatico “al di là di ogni appartenenza”. Durante l’assemblea avrebbe prospettato la possibilità di andare alle prossime elezioni senza nemmeno il simbolo del Partito Democratico. Ciò chiaramente consentirebbe una flessibilità maggiore nelle alleanze, configurando, più che un progetto programmatico per la città, un progetto cosmetico di un’intera classe dirigente locale che, dopo essere saltata in corsa sul carrozzone PD quando ancora tirava, ora non ne ha più bisogno e lo scarica come un peso morto.
In questo scenario si inserisce la sfida del M5S che, per quanto le vicende romane possano essere dense di conseguenze anche in termini elettorali, rimangono i più temuti per la loro capacità di presentarsi agli elettori come una scelta di assoluta discontinuità. Ma la risposta, dopo 20 anni di governo del centrosinistra, può essere la totale perdita di identità a favore di un’alleanza con quei poteri che continuano a concepire lo sviluppo di questa città come sinonimo di cementificazione?
La saldatura, per non dire la coincidenza, di certi interessi con quelli di influenti cittadini che hanno in tasca la tessera del Partito Democratico rischia di generare un cortocircuito per cui unirsi contro il pericolo di un’amministrazione del M5S viene presentato come un gesto di responsabilità. Un ragionamento simile è la sanzione definitiva dell’assenza totale di visione, sia politica che amministrativa. Di solito a livello nazionale ci si preoccupa almeno di giustificare la grande coalizione con una crisi economica, con una qualche emergenza o con l’assenza di numeri in parlamento tali da consentire un governo composto da forze omogenee. Qui la tentazione per l’ammucchiata deriva invece da una crisi politica, da una forma di spaesamento culturale che spinge ad una ritirata strategica nel tatticismo anziché a rilanciare con una proposta che si concentri non solo su quanto è stato fatto, a volte anche male o in modo incompleto, ma soprattutto su ciò che è mancato. Come se la politica non fosse altro che un esercizio matematico in cui basta sommare i pacchetti di voti ottenuti cinque anni prima per avere il risultato desiderato.
“Aprirsi alla città” è un ritornello che suona come un esercizio di stile quando si è sordi rispetto alla realtà e quando viene da un PD che anziché aprirsi si è chiuso, perdendo persino quei giovani che con generosità e impegno hanno sempre partecipato e combattuto le battaglie della comunità democratica. Quei pochi rimasti, politicamente emarginati, come l’ex segretario Luca Caroselli e quello dei giovani Ion Marian, domenica scorsa sedevano torvi e silenti di fronte alla sfilata di volti consumati dalle vicende politiche e amministrative degli ultimi 30 anni. Quale strada prenderanno se questa ipotesi dovesse realizzarsi dovranno dirlo loro, ma una riflessione su quanto poco sia stato valorizzato il cd “capitale umano” della Sinistra Giovanile- e non soltanto per responsabilità proprie- sarebbe il caso di farla. Sarebbe un errore imperdonabile da parte del Pd pensare che sia auspicabile “non averli fra i piedi”, parafrasando una recente espressione usata dal ministro Poletti sui giovani che “fuggono” all’estero.
Mentre il Censis ci parla di un paese in cui per la prima volta i giovani under 35 saranno più poveri dei loro genitori e in cui il loro reddito attuale è il 26,5% più basso rispetto ai loro coetanei di 25 anni fa, prefigurando uno scontro generazionale dalla portata esplosiva, si persevera nel riprodurre gli stessi meccanismi consociativi che impediscono un rinnovamento reale.
Non c’è nulla di misterioso, diranno dalla segreteria del Partito Democratico, domenica 11 dicembre si è approvato un documento programmatico sulla base del quale ci si confronterà con le altre forze politiche (quali?), a queste sarà proposta una rosa di nomi (quali?) e se mancherà l’accordo sui nomi del candidato sindaco si andrà a primarie di coalizione. Peccato però che di questo documento programmatico non vi sia traccia da nessuna parte. Rimane appannaggio esclusivo di chi l’ha scritto. Sulle modalità con cui si faranno le primarie- turno unico, doppio turno?- si sa ancora meno.
Una lentezza decisionale e un deficit comunicativo veramente curiosi per il circolo di un partito che non fa altro che parlare di velocità, di democrazia decidente e di campagne social.
L’impressione di chi scrive è che l’unica strada sana per il centrosinistra passi per una vera discontinuità con il recente passato che implica anzitutto dire una volta per sempre stop al consumo di suolo quando non ne benefici in modo lampante l’interesse pubblico, aprire la coalizione non solo alle forze politiche, quanto a tutte quelle numerosissime energie positive che lavorano da anni per rendere Ladispoli una vera comunità solidale, accogliente, culturalmente viva e rispettosa delle regole; spalancare le porte ai giovani, studenti lavoratori o disoccupati che si sono impegnati o che vogliono impegnarsi sul territorio nell’ambito del volontariato, dell’impresa o della politica e che oggi si trovano ai margini della vita amministrativa.
Mettersi in ascolto della parte sana della nostra città non significa rinunciare alla notevole esperienza amministrativa maturata in questi 20 anni, cosa che nessuno nega, significa valorizzarla e rinnovarla. Con il tutti contro uno, viceversa, caro Pd, si pecca di arroganza e si va a sbattere diritti contro il muro dell’antipolitica, un muro che non sarà certo il caso Marra o la caduta della giunta Raggi ad abbattere, giacché l’urlo qualunquista del malcontento non conosce fedeltà politica e gonfia le vele che si piegano nella giusta direzione.


