Sono almeno in tre a conoscere la verità sul caso di Marco Vannini: Antonio Ciontoli, il suo avvocato difensore Andrea Miroli e il pm Alessandra D’Amore, titolare delle indagini. E potrebbe volerci ancora tempo.
Perchè di questa brutta storia studiata maniacalmente fino alla nausea, a quattro mesi da quella terribile notte del 17 maggio, ancora non si conoscono i particolari né l’esatta dinamica. L’unico fatto certo è che un ragazzo è morto e i genitori chiedono, a gran voce, giustizia e verità. Che finora non sono a venute a galla, nonostante quasi tutti i giorni sembra che emergano nuovi elementi a ricomporre il complicato puzzle delle mezze verità, delle cose dette ma non verificabili.
Qua e là tasselli vengono fuori complicando invece che semplificando cosa quella domenica effettivamente successe quando dalla pistola del capofamiglia Ciontoli, papà della fidanzata Martina, partì un colpo poi risultato fatale per il giovane. La tragedia si è consumata nel bagno, nella vasca dicono, è stato poi trasportato in camera da letto, quindi al piano di sotto.
Con gli stessi indumenti, con cui si era presentato a cena? Forse, non è sicuro perchè la maglietta indossata potrebbe essere ancora in quella villetta, ora disabitata, di Ladispoli dove avvenne il fatto. Così come non si sa perché non furono chiamati per tempo i soccorsi. Poi si parla di un tassello mancante alla vicenda, così almeno ha dichiarato l’avvocato Miroli, e di polvere da sparo addosso, in quantità maggiore, a Ciontoli e al figlio. Ma i genitori di Marco probabilmente dovranno ancora attendere per avere quelle risposte a cui hanno diritto e ritrovare un po’ di pace e serenità.
