Ci lavorano 21 detenuti assunti dalla Gustolab 360, un esperimento per ora unico in Italia
La pinsa e la pizza che finisce sulle tavole francesi, spagnole o in qualche ristorante di Roma viene prodotta nel carcere di Civitavecchia da detenuti specializzati nel settore della panificazione e della pizzeria.

Ieri è stato inaugurato il laboratorio di panificazione costruito all’interno del penitenziario di Aurelia che segna un percorso forse unico in Italia dove chi sconta una pena, chi investe e chi lavora nella Pubblica amministrazione viaggino tutti nella stessa direzione sebbene gli interessi finali divergano.
L’azienda che ha messo in piedi il progetto è la GustoLab 360, già presente a Roma e nel Lazio, che ha immaginato di usare uno spazio inutilizzato all’interno dell’istituto dove impiegare i detenuti creando di fatto una vera e propria piccola industria.
C’è voluto un anno e mezzo, ma il risultato è veramente importante: «Sono stati consegnati gli attestati regionali – dice Stefano Panini, dirigente della GustoLab – che dopo 8 mesi di corso qualifica i detenuti come pizzaioli e panificatori. Quello dei 21 assunti con contratto FederPanificatori è l’inizio di un percorso che va oltre le mura del carcere. Infatti siamo pronti ad assumere questi ragazzi nelle nostre aziende oppure potranno lavorare altrove. Di sicuro escono da qui avendo imparato un mestiere che garantisce loro un futuro».

Tra l’altro, otto di loro stanno per scontare la pena e c’è necessità di sostituirli organizzando altri corsi. «Dal 12 maggio lavorano 5 ore e 30 al giorno per 6 giorni alla settimana divisi in turni fra mattina e pomeriggio – spiega Enzo Orciuolo, responsabile della pinseria “carceraria” – ma sono una macchina da guerra impressionante. Sono capaci di sfornare fra le 2.500 e le 2800 pinse al giorno completando il ciclo produttivo fino all’impacchettamento con la prospettiva di aumentare notevolmente la produzione. Ma sono due gli aspetti di questi ragazzi che mi hanno colpito di più ovvero la capacità di apprendimento e la voglia di lavorare. L’altro aspetto è che qui lavorano persone con storie diverse, che parlano lingue diverse e che vengono da nazioni diverse. Ebbene, nessuna di queste differenze rappresenta un limite perché se l’italiano è la lingua franca, se c’è bisogno si traduce per avere una comunicazione ottimale».
Se l’investimento di GustoLab è stato consistente, l’impegno dell’amministrazione carceraria è stato notevole. «Impossibile arrivare a questo punto senza la collaborazione della direzione del carcere. Con loro, il personale degli uffici e gli agenti che ci fanno usufruire dei turni per i detenuti. Noi abbiamo investito 600 mila euro per le attrezzature, coordinandoci per ristrutturare umo spazio inutilizzato e facendolo rimettere a norma. Noi siamo un’azienda privata che genera profitti ma questa esperienza dimostra come il fattore umano sia determinante se unito alla comunione di intenti.

A decidere chi potesse intraprendere questo percorso è stata l’amministrazione carceraria, che ha operato delle scelte mirate: «Fra questi detenuti – ha sottolineato l’ex direttrice del penitenziario Patrizia Bravetti, che ha seguito tutto l’iter per arrivare al lancio della pinseria – c’è qualcuno ha una pena lunga da scontare, altri meno. La scelta è stata operata in base alla volontà vera di iniziare un percorso alternativo fatto di lavoro e fatica. E chi è nel laboratorio possiede questa volontà».
