di FABIO FANTOZZI

Sarà ricordato come l’agosto più sorprendente e dinamico per la politica italiana. La crisi aperta da Matteo Salvini ha innescato un domino di reazioni culminato nel nuovo governo Conte, inserito in un quadro politico completamente cambiato nel giro di pochi giorni.

La coerenza, dicono, è un difetto in politica, ma probabilmente nessuno si aspettava un cambio di rotta così repentino. Sia nell’atteggiamento del Partito democratico verso il Movimento 5 Stelle, che in quello di quest’ultimo verso il nemico di sempre, per finire con il cambio di toni e profilo dello stesso Giuseppe Conte.
Ad aver innescato la reazione a catena, vero dominus di questa manovra, è l’ex presidente del Consiglio Matteo Renzi, che è passato dalla fermissima opposizione al dialogo con i 5S all’apertura di un’alleanza, prima per un governo di transizione, poi per un governo di legislatura. Dal #senzadime al proviamoci a ogni costo. La mossa, supportata dal controllo dei parlamentari Pd e dalla voglia di tutti i parlamentari di non andare alle elezioni, ha spinto il segretario Nicola Zingaretti a portare il partito su questa linea. Se il nuovo governo Conte avrà successo e se la strategia avrà portato il doppio risultato di far sgonfiare il fenomeno Salvini uomo solo al comando e contemporaneamente convertire i 5 Stelle in partito governativo capace di allearsi ed esprimere una classe dirigente preparata, allora l’onda populista potrà dirsi sconfitta e l’intuizione di Renzi vincente.

Sembrerebbe che Salvini, prima di staccare la spina, avesse cercato rassicurazioni dal segretario PD, sulla volontà di andare alle urne. Peccato non avesse fatto i conti con le strategie imprevedibili di Renzi, che ancora una volta ha spiazzato tutti. Il risultato è aver neutralizzato l’ascesa inarrestabile del capo della Lega e dato vita a una santa alleanza in difesa delle istituzioni, dell’appartenenza all’Unione europea e dei conti pubblici. La coerenza, dicevamo, in tale contesto scende nella scala dei valori per il conseguimento di un bene più grande.

Se vogliamo dare retta ai sondaggi, sembrerebbe smentito anche chi sosteneva che una simile manovra avesse rafforzato il consenso di Salvini. Spenti i microfoni e tolto il bastone del comando all’ex ministro dell’Interno, usciranno dall’agenda setting tutti i temi gonfiati ad arte per alimentare emergenze, paura e odio, e si tornerà a trattare i temi in un’ottica più responsabile, complessa e articolata come una democrazia avanzata richiede, nel rispetto degli impegni europei e internazionali. Non è un caso se gli investitori e i mercati hanno già risposto positivamente alla nascita del nuovo governo Conte.

L’altro grande cambiamento risiede nella metamorfosi del Movimento 5 Stelle in un partito sempre più organico alle istituzioni che ha mostrato più senso di responsabilità della Lega. Lo si è visto già dal voto per Ursula von der Leyen alla Presidenza della Commissione Ue, mentre, al contrario, nel discorso di ieri al Quirinale Salvini sembrava un grillino della prima ora, a lanciare proclami contro presunti complotti dei poteri forti e appellarsi al popolo sovrano.

Certo, è ancora lunga la strada della trasformazione in partito tradizionale, lo dimostra l’intervento di ieri di Luigi Di Maio sul superamento delle categorie di destra e sinistra, che ha un sapore un po’ democristiano. Vedremo quali saranno i temi di questo nuovo governo ma la distanza col precedente si ravvisa già nelle parole di Conte, intento a inaugurare una stagione “di novità”, e in quelle del Partito democratico che non mancherà di far valere la sua richiesta di discontinuità e il suo programma. Certo il vero cambio di passo sarebbe avvenuto con l’indicazione di un premier diverso, di una figura terza di spessore. Ma la brezza estiva ha portato una fresca fioritura anche sul profilo anonimo e docile del premier Conte, resuscitato a nuova vita nel discorso al Senato del 20 agosto.

Il M5S, che non ha ancora chiarito cosa sarà da grande, si accoderà ancora una volta al nuovo corso, portando avanti i suoi provvedimenti di bandiera ma senza avere una visione chiara di società utile a dare risposte su tutto il resto. Questo è un punto che, se non vorranno continuare a perdere elettori, dovranno chiarire al loro interno, e che probabilmente questa alleanza con il Pd servirà a illuminare. L’esempio è quello di Podemos in Spagna, nato nello stesso periodo del M5S ma con le idee già chiare e personalità di spessore provenienti dalla sinistra iberica. Un movimento con un’identità ben chiara che sapeva già da che parte stare nel quadro politico seppur in antagonismo con i partiti tradizionali PP e PSOE e che ora sta dando del filo da torcere proprio al socialista Sànchez per la formazione del governo.

Non si sa se per la riforma elettorale voluta da Renzi o per le garanzie del sistema costituzionale italiano, ancora una volta si è evitata l’ascesa di forze disgregatrici e di vocazione autoritaria che avrebbero esposto l’Italia a burrasche economiche, sociali e geopolitiche, e quello che doveva essere il governo del cambiamento, che ci ha portato sull’orlo di una procedura di infrazione Ue, si è sciolto al sole di agosto.

È vero che la nostra Repubblica parlamentare permette l’alternanza di governi, così come che molti governi si sono dimessi di fronte a sconfitte clamorose in altre elezioni o mutate condizioni nel Paese, primo fra tutti il governo D’Alema II, caduto nel 2000 dopo il risultato delle regionali. La difficoltà a far uscire maggioranze coese dalle elezioni ed avere di conseguenza governi coesi e duraturi, come avviene nelle altre democrazie parlamentari, dovrebbe farci riflettere sulla necessità di riprendere il cammino delle riforme costituzionali, ben più complesso del semplice taglio dei parlamentari (scomparso dall’agenda negli ultimi giorni).

Doveva essere un anno bellissimo, doveva nascere la Terza Repubblica con l’Italia in guerra con l’Europa e i poteri forti. È stato solo un abbaglio per tenere alti i consensi di due forze populiste come la Lega e i 5 Stelle, che hanno sparato qualche fuoco di artificio per poi lasciarci al buio.

L’anno non è ancora finito e aver archiviato una stagione di mera propaganda sulla pelle dei più deboli (vedi i decreti Sicurezza) è già un ottimo risultato. I due populismi escono sconfitti: quello nazionalsovranista di Salvini, caduto vittima della tracotanza del suo leader, e quello antisistema, trasformato nel più responsabile dei governativi. La coerenza un po’ meno, ma l’Italia è salva.

Pubblicato giovedì, 29 Agosto 2019 @ 15:45:41     © RIPRODUZIONE RISERVATA
Exit mobile version