Studenti in piazza, protesta violenta all'orizzonte • Terzo Binario News

Studenti in piazza, protesta violenta all’orizzonte

Dic 22, 2023 | Roma, Scuola

Gli studenti delle scuole occupate durante le settimane appena trascorse, annunciano sui social, manifesteranno violentemente in quanto non adeguatamente ascoltati.

Senza soffermarsi troppo sul vertiginoso verticalismo istituzionale che ha sterilizzato e svuotato di senso il potere della protesta studentesca, oppure volendo partire proprio dalla totale sordità di questo governo come di molti precedenti al comparto scolastico nel suo insieme di forze sociali costruttive, occorre una riflessione a carattere previsionale non solo per la manifestazione contingente ma forse più in generale.

La partecipazione all’ occupazione delle sedi scolastiche si è protratta per lunghi giorni ed è stata condivisa da numerose sedi scolastiche.

Le riflessioni che seguono vogliono sondare la possibilità di una ridiscussione urgente delle ragioni ideologiche della protesta e fornire ipotesi di praticabilità nelle azioni concrete.

La generazione della scuola dell’obbligo nel suo ultimo tratto del percorso istituzionale, è stata gradatamente esautorata della sua forza propulsiva anche violenta ( quando però giustificata da un impianto ideologico solido e di appartenenza sociale ben collocata e percepita ) della sua romantica, affascinante, funzionale e potente carica di efficacia in rappresentanza di una società sofferente e disconnessa dalle sue più antiche possibilità future, proiezioni di felicità, realizzazioni personali e collettive di crescita. Questo svuotamento di senso è avvenuto con molta probabilità con il fallimento del 68′ secondo una visione arendtiana che ha fornito un ritratto del fenomeno destinato ad avere una potente risonanza culturale e subculturale come atteggiamento sociale consequenziale.

L’ aspetto del significato delle proteste degli studenti degli ultimi trent’ anni sembra così un riverbero costante e a larga onda di frequenza di un terremoto passato dal nucleo politico molto denso, ma che nella sua deflagrazione e diffusione ha perso i suoi elementi sostanziali e ideologicamente ben collocati di protesta politica : la violenza manifestata dagli studenti di oggi è tuttalpiù quella di chi per sentirsi partecipe di una comunità parte anzitutto da una propriocezione vittimistica, mai propositiva, incline, protesa, semmai ricurva.

Il sistema istituzionale, vuole proprio così la postura sociale delle recenti generazioni. Relega gli studenti al due percento del dissenso praticabile ma che ha come conseguenza annunciata la repressione famelica. È un meccanismo ideologico ossessivo, questo che ha percorso gli ultimi trent’ anni : occorre ridiscutere l’ impianto ideologico della protesta e le sue forme di azione. Il primo dovrebbe risentire nel suo dipanarsi della rifondazione di uno scambio interlocutorio necessario con il corpo docente ( uno stretto di Gibilterra dall’ attraversamento dovuto per poter più chiaramente scorgere l’ ampio orizzonte ) ; quest’ ultime dovrebbero avvalersi di maggiore intelligenza organizzativa e meno possibilità di strumentalizzazione politica e mediatica. Nel dialogo, nello scontro e nel ritrovamento di istanze progettuali anche solo in parte comuni con il corpo docente risiederebbe la prima base di spinta verso quella che per adesso sembra solo una terra utopica carica di multiformi energie disconnesse. Se di” America ” si tratta, occorre, nella conquista di una identità politica efficace, equipaggiarsi correttamente sul piano ideologico. Gli studenti che bruciano i cassoni dell’ immondizia non fanno paura, fanno gola. Sono bolle di irrazionalità ben circoscritte da un sistema di potere occidentale iperazionalizzato nel suo impianto strutturale capillare e ai limiti dello statismo.
Vien da dire, con molto dolore, che ciò che altrove trova le sue radici in un terreno popolare e anagraficamente giovane secondo una nutrita e ideologicamente sintonica prassi di protesta rivoluzionaria, qui in questo lato del mondo è già mancanza di ancoraggio al senso di appartenenza alla propria e specifica comunità di destino : una grancassa risonante di istanze che non le sono proprie, che vengono sposate con il cuore in ragione del modo, di una moda, di uno sfoggio retorico e quasi solo incandescente del forcone infuocato. Una moda occidentale di saper essere vittime forse anche meglio che altrove : per poter partecipare di un senso globale di inadeguatezza della specie umana si agisce simpaticamente anziché con empatia.
Pur non essendo dentro a quelle sofferenze sono drammaticamente collegati ad esse e si sentono possibilitati ad una pratica equiparata di senso (come accade con il modello del Rojava ).
Ideologicamente distopici o ad ogni modo collocati in un non-luogo stracolmo di molteplici stimoli ( che meriterebbero certamente una proposta e risposta efficace anche da loro stessi ) , se così posti gli studenti sono strumentali. E lo saranno.
Nell’ universo delle infinite possibilità praticabili in questo lato del mondo, sussumere politicamente la ragione d’essere di stimoli così efficaci e potenti altrove non è efficace : la protesta meriterebbe una solidità dialogica e ideologica maggiore e una conseguente spinta fisica ancorché violenta molto meno sacrificale. Per adesso pare si combatterà, al Pantheon. Si combatte Caporetto pur sapendo della sconfitta. sono i fanti di waterloo, marciano fieri ed arrabbiati verso i cannoni inglesi : pronti, si spera, alla dissoluzione del corpo.
Provocheranno la fascinazione borghese alla quale appartengono. Il fascino provocato dalla vittima. Qui in occidente, dove la sofferenza è sempre modellata su diritti ben più ampi che altrove, la vittima fa gola. Nutre il senso di colpa delle prepotenti braccia istituzionali. Vittime o ancor peggio, strumenti del controllo del dissenso se così si propongono.
Una cosa è certa, per ben due volte, questi figli dello stato non partiranno per la guerra : che possano scorgere la propria entro questi confini. Una comunità di destino che se vuole sconvolgere dovrebbe coinvolgersi, ma qui. Non altrove.

Delfina Angeloni