Una voce da chi ci lavora ogni giorno, di chi vive a stretto contatto con le situazioni “ai margini” della società e ne conosce bene la cruda realtà. Alessia Cocco, operatrice sociale della cooperativa Pixi, lavora all’interno di un progetto destinato ai minori inserito in una rete di servizi sociali che includono servizi pubblici, associazioni sociali di privati e forze dell’ordine. È stata chiamata in causa dalla stampa sui casi di prostituzione minorile emersi a Ladispoli. La sua testimonianza ci porta nel cuore del problema, inquadrandolo in una dimensione più ampia della mera notizia scandalistica.
- Come è nata questa vicenda e come è stata accolta dalla stampa e dall’opinione pubblica?
“Non so dire quando è nata, né come si è sviluppata questa vicenda nello specifico. Quello che posso dire è che la situazione di degrado in cui versa una buona parte della popolazione giovanile del territorio è una realtà vasta e articolata, non certo limitata al fenomeno della prostituzione minorile. La realtà che conosco e che vivo quotidianamente è al limite del sostenibile. Se pensiamo all’alto tasso di dispersione scolastica, alla disoccupazione dilagante, all’assenza di centri aggregativi e di formazione per i giovani che siano occasione per i ragazzi di esperienze di relazioni sane, quali spesso non vengono vissute all’interno della famiglia o nel giro di conoscenze abituali, oppure alla mancanza di centri che offrano autentiche esperienze formative tali da favorire il passaggio dalla scuola al mondo del lavoro, se consideriamo questo allora l’emergenza di episodi di violenza urbana, di microcriminalità o di sfruttamento, che emergono a volte dalla cronaca locale e non solo, non dovrebbero stupirci. Certo, la stampa cavalca la singola notizia in grado di suscitare scalpore, ma l’effetto non va al di là di qualche chiacchiera da bar, di qualche presa di posizione sui social network o di qualche iniziativa di sensibilizzazione, che però rimane fine a se stessa. Lo scalpore in realtà è dettato solo dall’inconsapevolezza di una quotidiana realtà sociale disgregata, le cui parti non comunicano bene tra loro e non riescono ad intraprendere azioni significative di intervento sulle problematiche del territorio. Quindi da una parte abbiamo avuto la notizia del giorno: la prostituzione minorile ha colpito anche Ladispoli. Dall’altra una reazione di autentico stupore anche da parte di chi quella realtà la vive ogni giorno proprio davanti casa sua, ma senza vederla per quello che è”.
- In questi casi si rischia di alimentare notizie pruriginose, gridare allo scandalo e speculare su una situazione delicata e dolorosa per chi la vive e la subisce. Come sarebbe giusto trattare quanto accaduto?
“Bisognerebbe trattare l’argomento nella sua complessità, cercare il più possibile di restituire alla cittadinanza la verità sullo stato delle cose, partendo con lo spiegare il ruolo di ognuno, dalle scuole ai servizi pubblici, al privato sociale, alle forze dell’ordine, allo scopo di stilare una mappa ideale di quale sia l’area di intervento che ci troviamo ad affrontare, per rendere noto cosa si sta facendo, e cosa si potrebbe ancora fare per cercare di studiare e poi risolvere il problema. Avere chiari i limiti all’interno dei quali si è costretti a muoversi può essere una grande risorsa e una buona via per sfuggire qualsiasi tendenza al catastrofismo o alla negazione. Forse è importante far capire alle persone che la prevenzione è l’unica possibilità, l’unico investimento che a lungo termine può portare a un miglioramento della situazione. Rincorrere l’emergenza non risolve i problemi, a volte li peggiora.
- In molti hanno gridato allo scandalo, ma dietro l’episodio si nasconde un fenomeno ben più ampio che ci interroga sul tessuto sociale ed economico in cui viviamo. Che esperienza hai vissuto nel nostro territorio? Che come si dovrebbe agire?
In parte ho già risposto alla tua domanda dicendo che prima di ogni altra cosa dobbiamo occuparci di prevenzione. Prevenzione non vuol dire evitare che le cose accadano, oppure vivere nella costante paura che le cose accadono, significa però lavorare con impegno affinché si creino le condizioni per poter evitare il reiterarsi delle stesse problematiche dinamiche all’interno della comunità. Rompere la drammatica linea di eventi che si ripetono in successione e che partono da una condizione di esclusione sociale e culminano nell’ingresso di un soggetto che è, spinto a vivere ai margini della società e finisce per delinquere contro di essa, colpevole di non averlo integrato o educato alla convivenza civile. Per quanto riguarda il mio lavoro e l’esperienza fatta in questi ultimi dieci anni, posso dire che il lavoro fatto all’interno della nostra comunità, nelle scuole, nelle strade e a casa dei ragazzi, è stato un lavoro appassionante ma difficile dal punto di vista umano. Specie nel momento in cui io, e tanti altri che lavorano nel mio settore, ci siamo trovati davanti a esperienze di fallimento, anche a causa delle esigue risorse di cui siamo a disposizione. Viviamo in continuo stato di emergenza sociale. Se in un anno si contano dai cinque ai dieci tra arresti e morti di overdose tra ragazzi appena maggiorenni che vivono nel territorio, se si contano quelli agli arresti domiciliari, quelli che vivono in strada o da amici in condizione di estrema povertà e se consideriamo che l’unica possibilità per intervenire dopo la maggiore età è inserirli in una categoria patologica, come dipendenti da uso di sostanze o affetti da problemi psichiatrici, e che molti di loro sono gli stessi minorenni che facevano parte dei nostri servizi , a questo punto quale sia l’allarme viene da sé. La strada offre una serie infinite di opportunità di guadagnare in un modo o nell’altro. Lo spaccio può essere uno di questi modi, ed è a portata di mano, la prostituzione, lo scambio di favori sessuali, è un altro modo. Quando si vivono storie di pesante povertà, deprivazione affettiva, mancanza di possibilità di studio e lavoro, assenza di una casa o di legami significativi, allora viene spontaneo chiedersi: cosa impedisce a questi ragazzi di prendersi quello di cui hanno bisogno con la forza? In che modo possiamo dirci tutori della legalità se non sappiamo difendere per loro un minimo di giustizia sociale? Non c’è lavoro, lo sappiamo. Ma in questa città, per molti di loro, non c’è nemmeno un letto in cui dormire, un posto sicuro in cui stare, in cui potersi lavare, non c’è nemmeno di che mangiare, a volte. Questa è la nostra emergenza. Non c’è un solo posto dove possano andare, ma vivono qui, a due passi da noi, abitano la nostra stessa città, questi ragazzi appena pochi anni fa erano i bambini che vedevamo frequentare le scuole elementari, il loro viaggio verso l’istruzione si è interrotto troppo presto, sono usciti dai cancelli della scuola per varcare dopo pochissimi anni quelli del carcere minorile. Non è qualcosa che possiamo continuare a ignorare. Cosa fare, quindi? Torniamo al punto di partenza, dobbiamo partire dalla prevenzione. Penso che è importante cercare di informare la cittadinanza della pericolosità e della forte presenza di spaccio di droghe vecchie e nuove sul territorio, dell’esagerato uso dell’alcol da parte di ragazzi sempre più giovani e dei rischi che questo comporta, e penso che sia ancora più importante poi coinvolgerla in un importante progetto di prevenzione che investa diversi aspetti del problema. Bisogna agire per arginare la solitudine di questi giovani con situazione aggregative pubbliche che diventino un punto d’appoggio per i ragazzi. Per essere specifici: un centro a bassa soglia per i giovani in condizione di maggiore fragilità sarebbe un ottimo punto di partenza”.
- Secondo te c’è il rischio che le ragazze siano cadute in una rete di sfruttamento più vasta?
“Non lo so, non ho gli elementi per dirlo. Quello di cui sono sicura è che sia minorenni che giovanissime potrebbero facilmente finire in una rete di sfruttamento più vasta senza neanche rendersene conto. Dobbiamo quindi cercare di saperne di più, di agire per estendere una rete di intervento anche informale che faccia sentire a queste ragazze la nostra presenza come sostegno e non come giudizio. La qualità della relazione di fiducia e rispetto che saremo in grado di instaurare con loro è già un primo passo al contrasto di questo fenomeno”.
